5 consigli sull’attrezzatura fotografica da portare con voi quando viaggiate.

Oggi Alessandra è impegnatissima con il lavoro, quindi sarò io, dal gelo e dal buio della Finlandia, a curare la consueta rubrica del lunedì. In qualità di fotografo ho deciso di scegliere un argomento che mi è congeniale: la fotografia! L’avreste mai detto? Suppongo di si. 

Chi conosce un po’ l’argomento sa bene che la fotografia in viaggio richiede un minimo di organizzazione, cercherò quindi di darvi qualche suggerimento sull’attrezzatura da portare in viaggio, in modo che questa non diventi un ingombro eccessivo. Focus on: raggiungere un buon compromesso tra qualità e peso. 

1) Compatta, mirrorless o reflex? 
Se già possedete una macchina fotografica, probabilmente non vi servirà leggere questo punto. Tuttavia c’è una profonda differenza tra i tre tipi di camere. 
Le compatte sono indubbiamente le più comode perché sono le più piccole ed hanno la lente incorporata, quindi un vantaggio in termini di peso e di pulizia del sensore (se non cambiate la lente non si sporca il sensore e quindi non avrete milioni di puntini neri sui vostri panorami), tuttavia la qualità è la più bassa tra le tre. Inoltre la grande maggioranza delle compatte non vi permette di settare a piacimento le impostazioni per ottenere quello che volete e ciò può essere molto frustrante.
Le mirrorless, più care delle compatte, sono probabilmente l’opzione migliore per i viaggiatori, in quanto offrono dimensioni ridotte e pieno controllo delle impostazioni. Ovviamente per coprire tutte le focali vi dovreste portare dietro più di un obiettivo, ma anche questi hanno misure inferiori rispetto a quelli delle reflex, quindi sono un buon compromesso. Inoltre, al giorno d’oggi, la qualità delle mirrorless è molto alta e spesso non teme il confronto con le reflex. Ricordate inoltre che usando una mirrorless darete sicuramente meno nell’occhio che con una grossa reflex, cosa da non sottovalutare affatto se vi troverete in luoghi poco sicuri.
Le reflex sono le più grandi, le più pesanti, le più vistose, ma spesso sono anche quelle che offrono la qualità migliore. Chi già le usa conosce bene i sacrifici che bisogna affrontare per viaggiare con questo peso (noi facciamo così), ma ci sono anche dei vantaggi. Le reflex professionali, ad esempio, sono tropicalizzate, ovvero resistono a pioggia, sabbia e salsedine, con il vantaggio di non dover buttare via la macchina fotografica dopo due settimane nel deserto o in mezzo al mare. La qualità delle reflex è sempre legata al modello che scegliete, ma in genere è alta. Ovviamente anche qui vale il discorso che chi più spende più guadagna.

2) Obiettivi: 
Se non volete portarvi un bagaglio pesantissimo (come invece facciamo noi), procuratevi delle lenti zoom. Con un paio di obiettivi di questo genere potrete avrete una copertura totale delle focali, dal super grandangolo per i panorami al tele per ritratti rubati. La luminosità non è la stessa delle ottiche fisse, ma non si può avere tutto.

3) Copriobiettivo: 
Dimenticatevelo! Se siete in giro e non volete perdere tempo a toglierlo e rimetterlo ogni volta che volete scattare una foto procuratevi un filtro UV da piazzare sopra ogni obiettivo: questo sarà una protezione contro graffi e urti (dipende dall’urto, ovviamente) e vi permetterà di essere sempre pronti a scattare. Inoltre costano pochissimo.

4) Treppiede: 
Se volete fare foto anche di notte, dato che i tempi di scatto si allungano a dismisura, non avrete altra scelta che procurarvi un cavalletto, altrimenti otterrete soltanto fotografie mosse. Questo vi permetterà di tenere gli ISO (la sensibilità della pellicola/sensore) bassi, con il risultato di una maggiore qualità dell’immagine. Il mercato offre treppiedi di ogni prezzo e dimensione, in base alla camera che utilizzate e ai soldi che volete spendere. Già che ci siamo ne approfitto per ricordare che se fate foto ad un panorama di notte non dovete MAI utilizzare il flash, altrimenti il risultato sarà questo: tre metri illuminati davanti a voi e tutto il resto immerso nell’oscurità. In una parola: una schifezza!

5) Schede di memoria: 
Che la vostra macchina fotografica utilizzi le Compact Flash (CF) o le Secure Digital (SD) il mio consiglio, basato sull’esperienza personale è questo: meglio tante schede di bassa capacità piuttosto che una sola da centomila mega. Il motivo è semplice: nello sfortunato caso che questa si danneggi, se avrete una sola scheda  da centomila mega avrete perso in un solo colpo tutte le foto della vostra vacanza, se invece ne avete tante di bassa capacità avrete perso solo una piccola parte delle vostre immagini. Per sopperire a questa possibilità sarebbe consigliabile fare un backup su un pc o su qualche dispositivo portatile, ma non è detto che tutti abbiano voglia di portarsi un computer ed un hard disk in viaggio (noi lo facciamo, ma noi siamo masochisti!).

Se avete dubbi, se avete domande, se qualche punto non vi è chiaro o se volete venire a bervi una birra con me a Helsinki, non esitate a scrivermi!

5 consigli shopping da fare assolutamente quando vi trovate in…

Oggi è il Blue Monday, dicono che sia il lunedì più triste dell’anno e per noi, in parte, lo è davvero. Ieri Walter è partito per lavorare in Finlandia, dove resterà circa una anno, e il mio lavoro invece mi terrà a Milano ancora per un altro po’. La cosa che più ci ha lasciati spiazzati è stata la partenza improvvisa. In quattro giorni le nostre vite sono state completamente stravolte e i mille impegni presi, ovviamente rimandati (colgo qui l’occasione per scusarci ancora una volta con il CAI di Acqui Terme per aver dovuto rimandare la serata sui nomadi della Mongolia).
Per svagarci dai pensieri, dunque, abbiamo pensato che parlare di frivolezze sarebbe stata la scelta migliore. 
Quindi ecco a voi una lista di cose che non potrete fare a meno di acquistare se andrete in vacanza in questi luoghi. 

1) Lo zafferano ha prezzi ottimi in Marocco.
E oltre ad avere prezzi ottimi non è lavorato. Viene venduto in pistilli ed è davvero buonissimo! 
…Ma il Marocco è anche la meta ideale se siete fanatici di creme, acque, saponi o unguenti al profumo di rosa (da Kelaat M’Gouna parte la valle delle Rose) o estimatori dell’olio di argan, se andrete verso sud. 
Tra gli acquisti irrinunciabili voglio anche inserire le ceramiche di Fés, coloratissime e super affascinanti con le loro fantasie decorate interamente a mano. E come dimenticare la pelletteria? Che dire, in Marocco ce n’è davvero per tutti i gusti (e tutti gli stomaci, considerato che le ciabatte puzzano come un'intera mandria di capre).

2) L’argento indiano viene esportato in tutto il mondo.
In tutta l’India comprare l’argento è molto vantaggioso, dal sud al nord. Dai monili tipici, con gli intarsi in richiamo all’epoca dei maharaja a quelli tibetani, il prezzo dell’argento indiano ha ben pochi rivali al mondo. E certi gioielli sono davvero meravigliosi, curati nel minimo particolare. Lo sapete che la maggior parte dell’argento che si commercia in Africa (a Zanzibar, per esempio) arriva proprio da qui? Ok, forse non sarà proprio argento 925, ma la qualità della manodopera è molto alta.
Il nostro consiglio in questo caso è solo uno: contrattate sempre e il più possibile, se siete bravi vi faranno pure i complimenti! 

3) Il cashmere in Mongolia.
In Mongolia, durante l’inverno si possono sperimentare temperature che arrivano anche a quaranta gradi sottozero. Forse anche per questa ragione, comprare lì la lana di cashmere costa meno che da altre parti. Occhio però a non fare i vostri acquisti allo State Department Store di Ulan Bator, il luogo più frequentato dagli occidentali. Il mercato di Narantuul, spesso snobbato dai turisti, offre prezzi decisamente migliori.

4) I maglioni decorati della Bolivia.
I maglioni in lana di alpaca si trovano in Perù, in Cile, nell’Argentina Settentrionale e in Bolivia, ma solo qui ha davvero senso acquistarli. La Bolivia, a differenza degli altri tre stati, è ancora molto vergine, specie nelle zone del sud-ovest, e quindi anche molto economica. La lana di alpaca poi è molto calda e molto, molto morbida e le fantasie dei capi sono divertentissime, tutte degne del premio “ugly sweater” il giorno di Natale! Ricordatevi di contrattare anche qui e non fatevi prendere dallo sconforto se dopo poche ore si scucirà una manica: le maglie sono decorate alla perfezione, ma assemblate con punti piuttosto molli. Vostra nonna saprà rimediare a questa mancanza in un batter di ciglia.

5) Le scacchiere nei paesi dell’ex URSS.
Gli scacchi, nel '900, sono legati alla storia dell'Unione Sovietica, venivano insegnati ai bambini a scuola e, in qualche modo, il gioco degli scacchi può essere definito come uno “sport” comunista. Forse per questo motivo è così facile trovare scacchiere in giro per gli ex paesi appartenti all’URSS.
È bellissimo ai mercatini, soprattutto quelli dell’artigianato, trovarsi imbambolati a rimirare scacchiere di tutte le forme e le dimensioni e vedere le varie interpretazioni che ne sono scaturite. Della più classica URSS vs USA, in memoria della guerra fredda, fino alla più moderna visione manichea di lato chiaro e lato oscuro: Star Wars
Scegliere una scacchiera all’Izmailovo di Mosca è tra le esperienze più folkloristiche che possiate fare! 

E qui finisce la nostra Top5 di oggi. Sperando che vi abbia tenuto un po’ di compagnia, vi diamo appuntamento a mercoledì per un nuovo racconto di viaggio, ma state sintonizzati perché abbiamo intenzione di inaugurare una nuova sezione del blog che chiameremo: “Vado un attimo in Finlandia”.

A presto!

5 piatti tipici della Mongolia.

Nel ricordarvi della nostra serata di venerdì 26 Gennaio, alle ore 21,30, presso la sede CAI di Acqui Terme, rimanendo sempre in tema Mongolia, quest’oggi parliamo di cibo, un cibo un po’ particolare, sicuramente molto lontano da quello che siamo soliti vedere sulle nostre tavole. 

Ancora una volta la lista dei 5 ci tratterrà dal raccontarvi proprio tutto, ma scegliamo in questo post di parlarvi dei sapori che più ci hanno stupito. 

1) L’Airag, il latte di cavalla fermentato. 
Esattamente. Io, personalmente, fino a che non sono stata in Mongolia, non avevo mai visto mungere una cavalla, invece pare che le proprietà benefiche del suo latte siano una panacea. Il latte di cavalla è considerato un ottimo ricostituente (Tolstoy partiva per le campagne per curarsi con questo alimento) e i bambini mongoli vengono cresciuti a suon di coppette ricolme di questo liquido che no, non è affatto una prelibatezza. Dal momento poi che viene anche fatto fermentare, acquisisce un sapore ancora più acidognolo. Sembra di bere una robiola liquida mescolata a vino rancido, con pezzi gialli di grasso che galleggiano in superficie. Per nulla invitante.
Pare però che la tradizione imponga al padrone di casa di offrire al nuovo arrivato una tazza sempre piena di latte e farla circolare, di bocca in bocca, fra tutti i presenti nella gher. E non ci si può rifiutare di bere, se non si vuole offendere colui che ci ospita. 

2) La carne di yak. 
Lo yak è un bovino tipico dell’Asia centrale. È molto grande, peloso e vive ad alte quote senza fatica alcuna grazie alla forma dei suoi polmoni, più grossa rispetto al normale. 
Io e Walter abbiamo assaggiato la loro carne che non è proprio nulla di speciale essendo molto dura e non troppo saporita, almeno non quanto la nostra mucca. Molto meglio vederli pascolare seraficamente nelle vaste praterie Mongole.

3) L’Aaruul.
L’aruul è una sorta di tofu che i nomadi producono con le proprie mani. Noi, nel nostro periodo di permanenza con loro, abbiamo aiutato la moglie del capofamiglia a farlo. 
La realtà è che sarebbe molto più buono fresco, appena cagliato, ma essendo loro un popolo di itineranti devono farlo seccare al sole, dopo aver tagliato la forma in strisce sottili, così, una volta pronto, questo formaggio potrà essere conservato per tutta la stagione. L’unica pecca è che in questo modo perde molto (quasi tutto) del suo sapore e molte volte sembra di avere in bocca una caramella dura come un sasso al gusto di niente.

4) La testa della capra. 
Quando al villaggio arriva un ospite gradito il capo clan decide che verrà cucinata una capra in suo onore, e l’offerta della testa dell’ovino, da mangiare fino all’ultimo boccone occhi compresi per i più impavidi, è una sorpresa che lascia sempre gli stranieri più interdetti che onorati. 
L’ultima sera della nostra permanenza in un accampamento del Bulgan (provincia) Arhangay ci venne offerta proprio la testa della capra… 

5) Il Byaslag, un formaggio di capra a tutti gli effetti.
Un formaggio morbido e saporito è il Byaslag, spesso offerto dai nomadi insieme al più tipico tè al latte salato che bevono ad ogni ora del giorno e della notte. 
Unica pecca di questo formaggio è che sia palesemente di capra e quando dico palesemente intendo dire che al suo interno è facilissimo trovarvi peli dell’animale. Sicuramente i NAS non girano ad ispezionare le gher mongole! 

 

E poi ci sarebbero i buuz, l’hot-pot importato dalla vicina Cina, i boortsog, biscotti che hanno la forma dei nostri Bibanesi, ci sarebbe la marmotta di cui abbiamo già parlato qui e il classico riso condito con capra, carote e patate… Ma noi abbiamo voluto dare spazio, nella nostra lista, solamente alle particolarità di questa terra così vasta e ancora oscura. 
Speriamo che il nostro post vi sia piaciuto e vi diamo appuntamento a mercoledì con un nuovo racconto di viaggio. 

A presto! 

I 5 motivi che vi faranno innamorare della Mongolia.

Nel 2014 io e Walter eravamo partiti per fare la Transiberiana. Volevamo partire da Pechino e arrivare a Mosca, ma mentre ci trovavamo nel deserto del Gobi il destino ha deciso che ci saremmo dovuti fermare in Mongolia fino alla fine del nostro viaggio. 
Siamo stati costretti a cambiare i nostri piani e a scoprire una terra che avremmo dovuto visitare solo in parte. Tornati poi in Italia ci siamo resi conto di come fosse stato facile innamorarsi di quello che è considerato il più grande campeggio libero al mondo.

Qui, elenchiamo una lista sparsa dei cinque motivi per cui la Mongolia rimarrà sempre nel nostro cuore.

1) L’accoglienza dei nomadi.
Che tu sia di passaggio o meno, ogni volta che entri in una gher, così si chiamano le loro tende, puoi stare certo che ti accoglierà un piatto di cibo e grandi quantità di te caldo o di latte di cavalla fermentato (ok, quest’ultimo forse non è proprio il massimo, dato che ha un sapore tremendo). 
Il viandante potrà sempre contare sulla calda accoglienza dei nomadi della Mongolia, sulla loro gioia di vivere e sulla loro fede animista così grata ad ogni piccola cosa. 
I nomadi mongoli sono tra le popolazioni più sincere e più pure mai incontrate lungo i nostri viaggi. Si tratta di persone che non possiedono quasi nulla, ma che sono sempre disposte a donare quel poco che hanno se lo straniero ne ha bisogno. Sono generosi, gentili e sorridenti. Ci siamo divertiti a fare il formaggio con loro e vedere le loro espressioni stupite di fronte ad una loro fotografia scattata con la Polaroid ci ha riempito il cuore di gioia. Ovviamente le Polaroid le abbiamo donate a loro.

2) La vastità delle praterie.
Gli spazi in Mongolia sono infiniti. Si srotolano fino all’orizzonte immense praterie verdi, in contrasto con un cielo azzurro, spesso impreziosito da nuvolette soffici e bianche. Anche quando tutto pare vicino, la realtà è che ci vuole sempre un tempo maggiore di quando ci si possa immaginare per arrivare al punto che ci si è prefissati di raggiungere. E tutto è morbido, dolce e silenzioso. Di una natura antica e incontaminata, ancora vergine. Di uno spazio che infonde pace interiore e riavvicina l’uomo (specie quello di città) alla terra.

3) I paesaggi del Gobi.
Il Gobi è un deserto dalle mille sfaccettature. È fatto di canyon, di foreste pietrificate e fossili di dinosauro, di valli ghiacciate che una volta scongelate sono verdissime, di città sconquassate e di altissime dune di sabbia che sanno cantare. E’ un deserto enorme, il quarto al mondo per estensione, con il suo milione e mezzo di chilometri quadrati. 
Tramite i suoi colori più vari, le sue terre aride e i suoi suoni io e Walter ci siamo ritrovati a vivere lì come dentro ad un sogno, dove tutte le scomodità del viaggio sono passate in secondo piano. Tranne forse le piaghe sul sedere che ci hanno lasciato i cammelli.

4) Il cielo stellato.
Il cielo stellato della Mongolia è forse il più bello che abbiamo mai visto, al pari di quello boliviano. Di una nitidezza incredibile, senza alcun inquinamento luminoso, le stelle paiono tutte appese ad un filo, ne puoi cogliere la tridimensionalità. 
La via lattea si definisce in tutto il suo splendore e qua e là passano veloci le stelle cadenti a ricordarti che non è una messa in scena, ma che tutto vive e che tu sei un puntino sperduto in mezzo all’infinito dell’universo che ti circonda.

5) I forti contrasti della capitale.
Ulan Bator non è una città bella. Per niente. E’ una città dura, grigia ed anonima, eredità di una architettura popolare sovietica, in cui le strade sono eternamente congestionate dal traffico. 
Nonostante ciò, si trova tutto quanto, in città o nel famoso Narantuul, conosciuto anche come il Black Market. 
Con la fine del comunismo legato al crollo dell’Unione Sovietica, Ulan Bator è diventato un miraggio per moltissimi nomadi che, abbandonate le steppe o i deserti e venduto il bestiame e le gher, hanno puntato tutto sulla possibilità di una nuova e più comoda vita in città, dove invece non hanno trovato nulla se non povertà, disperazione, e delinquenza. Čingėltėj è un quartiere-favela in cui si concentrano centocinquantamila disperati che vivono nella più totale indigenza. Niente cibo e niente riscaldamento, in un luogo dove venti, trenta gradi sotto zero sono una cosa normale durante l’inverno. 
Il contrasto più forte è che di fronte a questa collina di infelici se ne staglia un’altra, dove alcuni complessi immobiliari per super-ricchi ospitano case di un lusso sfrenato, dotate di qualsiasi comfort. 
I due poli opposti si specchiano l’uno sull’altro, senza alcuna possibilità di scambio né di contaminazione. 
Io e Walter abbiamo avuto la possibilità di visitare entrambi i quartieri (scortati nel primo e accompagnati nel secondo) e sono state molte le riflessioni scaturite in noi a riguardo. Pochi conoscono questo lato della Mongolia, per questo crediamo sia giusto parlarne.

Giunti al termine del primo post dell’anno vi vogliamo annunciare che la sera del 29 Gennaio parleremo di queste e di altre esperienze vissute in Mongolia presso la sezione CAI di Acqui Terme. Ci seguirete anche lì? 
Per tutti gli impossibilitati invece diamo il solito appuntamento del lunedì per una nuova “TOP5” e il mercoledì per un racconto di viaggio. 

A presto!

Le 5 mete del cuore visitate nel 2017.

Tra un antipasto e un primo, tra una fetta di stinco e una porzione di panettone con la crema, tra faticosi stenti per arrivare integri a bere il caffè ecco che vi auguriamo di trascorrere un felice Natale raccontandovi di come queste 5 destinazioni hanno reso migliore il nostro 2017. Oltre ad essere Natale è oggi anche l’ultimo lunedì dell’anno e in tempo di bilanci stilare una lista è quasi d’obbligo, per cui eccovi la nostra classifica. 

5) Dubrovnik di notte. 
Arrivare a Dubrovnik è stata quasi un’impresa. Avremmo dovuto raggiungerla nel pomeriggio invece una coda infinita alla dogana Bosniaco-Croata ci ha costretti a rallentare la nostra corsa e ad attendere parecchie ore chiusi in auto. Anche la ricerca di un b&b che in tarda serata non fosse al completo o chiuso si è rivelata ardua. 
Trovato finalmente da dormire e cenato in uno dei pochi ristoranti che non avesse ancora chiuso la cucina, al posto di andare a riposarci abbiamo deciso di fare il nostro primo ingresso nelle mura della città. 
Dubrovnik ci ha accolti con un silenzio assordante, illuminata dalla luna e dai lampioni. Non un’anima a vagare per la città. Una vera e propria cittadella medievale tutta per noi, per il nostro immaginario fantasy e romantico. Un’atmosfera lontana anni luce dalla Dubrovnik diurna, che di incredibile non ha quasi nulla e dove bisogna fare a spallate con orde di turisti provenienti da ogni dove. 
Di notte Dubrovnik si addormenta, ma con il buio il suo antico spirito si rivela e riserva scorci magici ai pochi viandanti che hanno voglia di scoprirla sotto una luce più placida e misteriosa.

4) Sarajevo. 
Dopo Mostar, Sarajevo ha rappresentato per noi uno dei più toccanti contatti con la realtà e l’eredità di una guerra civile. Una guerra recente, della quale non si possono ignorare le evidenti ferite. Sono tanti i moncherini dei palazzi, i segni di granate e pallottole nei muri, i richiami per le strade e nei volti della gente, ma è altrettanto forte la realtà multiculturale della città. Il passaggio dalla città nuova alla città vecchia, turca, è segnato da una scritta incisa sul pavimento della via principale - Sarajevo meeting of cultures - e divide il vecchio quartiere da quello nuovo in maniera netta. Sarajevo è una città di contrasti mai realmente sopiti, di storia, di sofferenza, ma anche di speranza. È una città che ce l’ha fatta, che è riuscita a sopravvivere all’assedio fratricida e che si è ricostruita da zero, senza però dimenticare il suo vissuto, anzi, enfatizzandolo come monito per le future generazioni. Caratteristica di Sarajevo e del suo recente dramma sono le “rose”. Si tratta dei segni lasciati dai colpi di mortaio sulle strade del centro, che, opportunamente dipinti di rosso, ricordano la forma del fiore, perché là dove un tempo ci sono stati sangue e morte oggi c’è vita. 

3) Meteora. 
Meteora è una città famosa nel mondo per le dimensioni dei suoi monoliti, sui quali nel XIV secolo vennero costruiti monasteri inaccessibili per difendersi dai turchi. 
È una valle verde dove spuntano dalla terra colossali dita di roccia, sulla punta delle quali i monasteri paiono essere estensioni quasi naturali. 
Il nome meteora significa “in mezzo all’aria” ed è proprio così che ci si sente quando si raggiunge una vetta e si butta lo sguardo sulla valle. Sospesi tra la terra e il cielo, con una mano che sfiora le nuvole e i polmoni che si riempiono di aria frizzantina, Meteora è stata una scoperta totale. Osservare il tramonto seduti su quei giganteschi massi è stato un momento che conserveremo tra gli indimenticabili della vita. 

2) Lobo Point. 
Al secondo posto mettiamo quello che per noi è stato un paradiso terrestre. Lobo Point si trova non lontano dal confine con il Kenya ed è un Serengeti che, nell’aspetto, è molto lontano dalla savana arida e brulla che tutti abbiamo nel nostro immaginario. Lobo Point è un tratto di parco molto verde, roccioso, in cui convivono molte specie di animali differenti. La gazzella bruca con la zebra, poco lontano da loro c’è un gruppo di iene che si rotola nel fango e, se aguzzi bene la vista, scopri anche la giraffa. A Lobo Point c’è la roccia dei babbuini e proprio al di sopra di essa vola l’avvoltoio, curioso e desideroso di trovare qualche carcassa fresca, ma anche non così fresca. 
Io e Walter abbiamo iniziato l’anno campeggiando qui, addormentandoci sotto un tetto di stelle, con il profumo della natura nelle narici, condividendo lo spazio con i veri padroni di quella terra e sentendoci parte del ciclo vitale che stavamo scoprendo in quei giorni. 

1) Salar de Uyuni, ma di notte e con l’acqua. 
Tra le nostre fortune forse questa è quella che vantiamo più. 
Quando siamo partiti per il Sud America sapevamo di non poter trovare il Salar de Uyuni - la più grande distesa di sale al mondo - nel pieno della sua bellezza, ovvero con l’acqua che fa da specchio riflettente, confondendo cielo e terra. Invece no, per merito (o colpa) de El Niño, abbiamo avuto il privilegio di poter assistere a uno dei più begli spettacoli del mondo. 
Abbiamo visto la notte calare sul Salar, abbiamo visto spuntare le stelle sotto ai nostri piedi e abbiamo camminato nel cielo, come fossimo astronauti nello spazio. Tra le vertigini date dall’emozione e quelle causate dall’effetto straniante di una terra a specchio di cui non si riesce più a percepire la vera profondità, abbiamo mosso i primi passi incerti ma eccitanti in un posto che è difficilissimo da descrivere e che è sicuramente da mettere in cima ad una lista di luoghi da non perdersi per nessuna ragione al mondo.

Eccoci così giunti alla prima posizione della nostra classifica. Quali sono i posti più incredibili che avete visto quest’anno? Ce lo scrivete in un commento qui sotto? Siamo curiosi di sentire la vostra! 

I 5 tragitti più scomodi che abbiamo affrontato.

Viaggiare non è sempre sinonimo di comodità e di relax, specie se si amano i viaggi all’avventura, specie se si desiderano vedere posti non troppo coperti dalle rotte comuni, specie se, come noi, non si organizza mai nulla da casa. 

Nel post di oggi vogliamo raccontarvi 5 delle nostre esperienze più memorabili. 

1) Due giorni di auto da Leh a Padum e viceversa.
Avete presente la centrifuga della lavatrice? per raggiungere Padum, una città nella valle dello Zanskar, chiusa ai trasporti via terra per sei mesi all’anno, abbiamo dovuto affrontare un tragitto che definire sterrato non basta. Due giorni chiusi in auto, sperduti fra i ghiacciai dell’Himalaya, a saltellare su un terreno che di amichevole aveva ben poco. 
Il secondo giorno abbiamo incontrato anche l’asfalto, giusto il tempo per illuderci che sarebbe durato fino alla fine del viaggio, invece è durato due minuti.

2) Affrontare in auto le strade del Kosovo.
Una volta arrivati in Kosovo, durante la nostra gita nei Balcani Occidentali, ci siamo resi subito conto di essere in un paese abbastanza trascurato. 
I buchi nell’asfalto e le strade sottoposte a lavori sono la norma e pare essere molto comune anche non indicare quali siano le strade chiuse a causa di frana, come è successo a noi che, dopo due ore di viaggio verso la frontiera Montenegrina, ci siamo ritrovati a percorrere un tragitto senza via d’uscita e siamo stati costretti a tornare indietro attraverso lo stesso percorso che, tra le altre cose, non disponeva nemmeno di illuminazione e di guardrail.
Tornati a Pejë, a quanto pare, eravamo gli unici della zona a non sapere di questa interruzione. 

3) Il viaggio in pullman da Tacna ad Arequipa.
Tacna è la prima tappa terrestre peruviana se si arriva dal Cile. Già i modi per raggiungerla non sono del tutto comuni. Non ci sono autobus ad effettuare il servizio come per tutte le altre frontiere, ma solo vetture private che possono ospitare 6 passeggeri, muniti di un solo bagaglio a testa.
Una volta passate le dogane in un processo di minuziosi controlli talmente lunghi da far perdere ogni speranza, per muoversi in qualsiasi direzione peruviana è una vera e propria “corsa al passeggero”. Agenti di ogni compagnia di autotrasporti fanno a gara per venderti il posto migliore al prezzo migliore, ma di “migliore” non c’è proprio nulla, a partire dai luoghi ristorazione presenti alla stazione principale. 
Preparatevi ad autobus con vetri rotti, sedili sgualciti e sporchi, con tanto di personale scorbutico. tenetevi pronti a subire il famoso “Metodo Ludwig”, costretti a guardare la TV per tutta la durata del tragitto o ad ascoltare la radio a volumi fastidiosi. E sappiate che se mai vi venisse voglia di usufruire del bagno la carta igienica <<no està incluida>> nel servizio (questo è quello che mi sono sentita rispondere). 
Cruz del Sur, una delle migliori linee di autobus a lunga-tratta sudamericane, sarà un lontano ricordo, così come i tappi per le orecchie.

 

4) Il volo di rientro in Italia con Air India.
Quando siamo atterrati a Milano eravamo due blocchetti di ghiaccio. Gli indiani adorano l’aria condizionata e non c’è verso a fargliela abbassare, nemmeno quando è palese che ogni passeggero dell’aereo ha un problema con il freddo. Fortunatamente io e Walter ne venivamo dall’Himalaya ed eravamo equipaggiati con un sacco di coperte di caldissima lana di yak. 
Inoltre, trascurando il problema climatico, l’equipaggio ha deciso di sballare ancora di più il nostro Jet-Lag costringendoci al buio più totale, nonostante fossimo partiti nel primissimo pomeriggio, per tutta la durata del volo, e oscurando i finestrini nonostante le richieste contrarie di alcuni dei passeggeri. Il motivo riportato? <<I finestrini non oscurati disturbano il pilota.>> Una risposta talmente assurda, alla quale non puoi fare altro che arrenderti.

5) Girare il Gobi con una Toyota Prius.
Quando si parte “all’avventura”, senza prenotare nulla, tutto è possibile. 
Arrivati all’aeroporto di Dalanzadgad io e Walter ci siamo trovati soli, nel deserto del Gobi, senza un mezzo e senza nemmeno un taxi fermo nel parcheggio. Eravamo noi, i nostri zaini e la polvere tirata su dall’afa del posto.
Recuperato un passaggio da un imprenditore indonesiano (grazie per il tuo ritardo, sconosciuto autista!) ci siamo ritrovati nella piazza della baraccopoli a contrattare per un autista automunito che ci portasse alla scoperta di quell’area. 
Ganaa e la sua Toyota Prius sono stati i nostri supereroi per una settimana e sì, benché con molte ore in più rispetto alle super jeep degli altri avventori, ce l’abbiamo fatta ed è stata un’esperienza indimenticabile, in tutti i sensi. 

Queste sono state le nostre esperienze. Vi ritrovate in qualcuna? 
Quali sono le vostre? Aspettiamo i vostri commenti!

Le 5 cose più strane a cui abbiamo assistito nei nostri viaggi.

Capita spesso, viaggiando, di confrontarsi con culture estremamente differenti dalla nostra. Capita ancora più spesso di stupirsi di fronte ad usi e costumi che non ci appartengono. 

La nostra lista di oggi vede come protagonisti proprio gli episodi più strani a cui abbiamo assistito nelle nostre peregrinazioni in giro per il mondo. Siete pronti?

1) In Mongolia la marmotta è un piatto prelibato. 
Sì, avete sentito bene. Nelle regioni del nord-ovest i mongoli cacciano le marmotte e poi le cucinano in un modo ancora più assurdo. Una volta decapitato e sventrato, l’animale viene riempito di sassi roventi che lo cuociono dall’interno gonfiandolo come un palloncino. Solo in seguito a questa azione la pelliccia viene strinata con un cannello. 
Ad operazioni concluse si sfilano le pietre e… Buon appetito!

2) In India è facile imbattersi in disegni di svastiche. 
Graffitati sui muri, incisi nel legno, tatuati… Questi simboli che per noi hanno un rimando cupo, legato alla seconda Guerra Mondiale, per le popolazioni di origine sanscrita sono ancora oggi un simbolo di buon augurio, carico di diverse accezioni positive, tra cui anche quella di “Benvenuto!”.  

3) A Pechino i bambini in età da pannolino sono dotati di speciali pantaloni con apertura “tattica”, ovvero non sono cuciti sotto il cavallo. 
Basta che si accovaccino e i loro pantaloni si aprono magicamente esponendo al mondo la gioielleria dei bambini, che a quel punto sono pronti per l’evacuazione in qualsiasi posto  si trovino. E per qualsiasi intendo esattamente qualsiasi! 

4) A San Francisco girano per la città tram provenienti da tutti i paesi del mondo. 
Immaginate il nostro stupore quando a Castro, fra le strisce pedonali multicolori caratterizzanti il quartiere, ci siamo visti sfilare davanti un vecchio modello dell’ATM! 

5) In Bolivia la polizia stradale veste trecce e bombetta. 
Abbandonate l’idea di imbattervi in un classico ausiliare del traffico. A regolamentare il flusso stradale delle principali città boliviane sono le più folcloristiche donne dall’aspetto rubicondo, con gonnellone colorato, trecce e bombetta che figurano su tutte le guidine del paese. A contraddistinguerle ci sarebbe anche una pettorina nera e un fischietto, ma passano decisamente in secondo piano! 

Questo per oggi è tutto. Voi che esperienze strane avete vissuto? Scrivete un commento qui sotto. 

Perù: le 5 cose da fare assolutamente se state programmando di andare lì.

A controbilanciare il post di lunedì ecco che vi proponiamo una controlista. Le cinque cose da fare assolutamente se state programmando un viaggio in Perù. Ovviamente non staremo a proporvi le cose principali. A Macchu Pichu o alla Montagna 7 Colores (per fare due esempi) ci andrete comunque, quindi questa vuole essere una lista di cose più o meno alternative da fare. 

1) Assaggiate tutto quanto!
Anche la cosa che vi apparirà come la più immangiabile sarà squisita. Parola di una che ha assaggiato il “cuy”, il porcellino d’India (che Walter preferisce definire “topo”). Vi verrà servito praticamente intero e vi sembrerà davvero di avere un ratto arrosto nel piatto, ma vi assicuro che ne vale davvero la pena. 
Tra le bevande imperdibili il Pisco che, nella sua declinazione di cocktail Pisco Sour è molto gradevole, magari non fate come la sottoscritta che, inconsapevole di cosa fosse, lo ha ordinato per pasteggiare e si è ritrovata ubriaca a metà del pranzo!

 

2) Assistete ad una festa di paese. 
Le feste in Perù sono a dir poco contagiose. Le città si bloccano e si riempiono di cortei colorati pronti a coinvolgere il pubblico rendendolo parte integrante del loro show, si respira un’aria frizzante e piena di energia; ci si ritrova inebetiti e frastornati a guardare sorridenti tutto quel marasma sperando che non finisca mai, o che finisca presto. 

3) Visitate Huacachina che no, non è una vera e propria oasi. 
Sicuramente il colpo d’occhio su Huacachina è magico. A pochi chilometri da Ica infatti, circondata da enormi dune di sabbia, si trova un’oasi fatta e finita. Non aspettatevi però di trovare una situazione di calma o di pace. A circondare la pozza d’acqua di Huacachina infatti sorgono localini esotici pieni di giovani turisti, agenzie che vendono escursioni fra le dune o esperienzee di sand boarding, ma anche ostelli, hotel, noleggi barche. Alla fine l’esperienza di deserto è la meno desertica che ci sia, ma sedersi sulla sabbia ed ammirare il tramonto vedendo sotto i vostri occhi lo spettacolo delle luminarie che costeggiano l’oasi è impagabile.

4) Volate sulle linee di Nazca.
Può essere banale (chi non conosce le linee di Nazca?), ma il paesaggio che si vede dall’alto, oltre alle linee stesse è affascinante, anche per quegli scettici che non spenderebbero mai 90$ per un volo di mezz’ora “solo per osservare delle linee di cui non si sa ancora nulla”. Sappiate che quel volo vale davvero tutti quei soldi, dal primo all'ultimo centesimo. Al di là degli antichi e mastodontici disegni, ciò che vedrete dall’alto è un panorama brullo, arido e monocromo, ma pieno di sfumature e di rilievi, un panorama colmo di quel nulla che riempie tutti i deserti. E non ci si stancherebbe mai di vagare con lo sguardo su quella pianura secca, ricoperta di “vene” che il tempo e le rare piogge hanno lentamente e pazientemente scavato. Pare di sorvolare la terra in un tempo sospeso, dove solo la lingua d’asfalto nero della Panamericana ricorda che che i tempi sono moderni e che i dinosauri si sono estinti da un pezzo. 
Nota per i deboli di stomaco: l’aereo vortica in continuazione per permettere a entrambi i lati finestrino (ogni passeggero ha un proprio oblò) di osservare al meglio i disegni delle linee. Magari non mangiate e non bevete nulla nell’ora che precede il vostro volo. E ricordatevi che i cibi salati vi aiutano a tollerare meglio il mal d’aria.  

5) È vero, Lima non è il massimo, ma Barranco…
Lima, capitale del Perù, non è solita emozionare il turista. Il centro purtroppo non offre molto da vedere, tuttavia c’è un quartiere, Barranco, che a nostro avviso vale la pena di visitare. 
Barranco è un barrio in cui il tempo pare essersi fermato all’epoca coloniale. Qui le case sono basse e colorate, la Plaza de Armas è circondata da localini gourmet in stile ed il tutto è così pittoresco che la Lima di cui tutti parlano pare essere distante anni luce.
Inoltre, se siete appassionati di moda o di ritratti, non mancate di visitare il museo di Mario Testino, il MATE, immerso tra le ville del quartiere.

Questi sono i nostri suggerimenti se state programmando un viaggio attraverso il sud del Perù. Se ne avete altri commentate qui sotto e fateci sapere la vostra. 

Noi invece ci diamo l’appuntamento al prossimo lunedì, con una nuova top five. 

Perù: le 5 cose da NON fare se state programmando di andare lì.

Quando la scorsa estate abbiamo deciso di andare in Sud America, ancora non sapevamo che il nostro approccio con il Perù, primo paese ad accoglierci, sarebbe stato così difficile. 

Rientrati ormai da un po’ e digerite le esperienze andine, siamo in grado di preparare una piccola lista di tutto ciò che non faremmo più se dovessimo tornare là. E ci torneremo, statene pur certi. 

1) Prenotare dall’Italia la visita a Macchu Pichu.
A meno che non siate dei precisini irremovibili e non possiate fare a meno dell’Inca Trail, NON prenotate nulla da qui. Dovrete passare su numerosi step di lucro sui vostri risparmi per il viaggio che non si conteranno nemmeno sulle dita di entrambe le mani. Contatti l’agenzia italiana che contatta l’agenzia peruviana di Lima che contatta l’agenzia peruviana di Cuzco che contatta l’agenzia peruviana della linea ferroviaria di Aguas Caliente che contatta l’agenzia di autotrasporti di Macchu Pichu che contatta la cittadella che alla fine suo padre comprò. Insomma, avete capito. Cercate di arrivare a Cuzco e da lì di programmare la vostra escursione (a piedi o in treno, noi abbiamo riversato nostro malgrado su questa seconda opzione a causa della mia distorsione al ginocchio), ma cercate di arrivare a Macchu Pichu con le prime luci dell’alba, prediligendo una notte ad Aguas Calientes. Eviterete code, eviterete lo stress di condividere la sacralità di quel luogo con 100000 altre persone e riuscirete a serbare ancora un pizzico di magia del luogo, cosa che noi non abbiamo potuto vivere. 
Inoltre prenotando da località più vicine eviterete di dover pagare cifre folli per una visita di sole 4 ore. 

2) Affidarsi ai tour organizzati.
Ove possibile, cercate di evitare le agenzie e i tour organizzati. Sono cari, vi costringeranno a soste in posti che magari a voi non interessano e sarete rallentati dall’alto numero di partecipanti. Spesso negli hospedajes (come vengono chiamati i b&b) potete trovare informazioni per organizzare tour privati, che costano meno e vi permettono di scegliere la durate delle soste. Quando programmate il tour mettete per iscritto tutto quello che potete, perché verba volant et scripta manent.

3) Fidarsi della prima informazione. 
Mai fidarsi ciecamente delle indicazioni che raccogliete lungo il percorso. I peruviani vi diranno sempre cha hanno capito tutto alla perfezione e che si può fare solo come dicono loro, ma spesso non è così. Siate insistenti e non abbiate paura di ripetere le cose anche cento volte, perché spesso vi troverete davanti ad informazioni contraddittorie. 

4) Andare a Cuzco vestiti come se foste a Rio de Janeiro.
Cuzco si trova a a 3400 metri di quota e ad agosto là è pieno inverno, quindi non è raro che la temperatura scenda sotto lo zero. Copritevi come se andaste in montagna perché effettivamente andrete in montagna. E portatevi un cappello, perché il sole picchia duro.

5) Aspettarsi di trovare tra le genti lo stesso calore degli asiatici. 
Sarà un po’ che i peruviani racchiudono nel DNA una qual certa chiusura culturale e sociale, sarà un po’ che noi siamo ancora visti come i gringos conquistadores (anche se si trovano sporadici casi di calda accoglienza), quando si è in mezzo a loro si ha spesso la sensazione di essere degli intrusi e non di rado ci siamo chiesti se non venissimo solamente visti come dei bancomat con le gambe. 

Queste sono le nostre avvertenze se state programmando di andare in Perù. Rimanete sintonizzati se volete scoprire le 5 cose da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione.

A presto!