Il primo parco degli USA - Ale e Walter allo Yosemite.

Riprendiamo il nostro racconto da dove l’abbiamo interrotto, lungo la strada del Tioga Pass, circondati da foreste di sempreverdi da cui il sole, ormai basso, fa capolino illuminando a tratti ciò che vediamo attraverso il parabrezza. Da qui entriamo definitivamente nelle terre di Ansel Adams, il fotografo della wilderness americana. Fu proprio in questo luogo, allo Yosemite, che ricevette la sua prima macchina fotografica e forse è anche per questo che l’adrenalina è palpabile all’interno della nostra auto. 

Io e Walter accarezziamo con gli pneumatici le dolci curve che ci conducono piano piano a valle, affascinati da ogni scorcio di ciò che ci si presenta dinanzi: dal cartello che invita gli autisti a moderare la velocità per via di un possibile attraversamento orsi all’imponenza di El Captain che, maestoso, fa capolino in tutta la sua possanza. Non possiamo fare altro che fermarci di continuo, scendere dall’auto più e più volte per fotografare quel tripudio di natura che pare non finire mai. Sull’onda dell’entusiasmo facciamo una pausa fotografica anche quando il cielo inizia a tingersi di colori incredibili, rivelando il più bel tramonto di questo viaggio. È proprio qui che ammiriamo incantati e quasi commossi le silhouette nere di pini spogli incorniciate dalle tinte di un crepuscolo vivido dove timide compaiono già le prime stelle. Sta calando la notte sullo Yosemite National Park e noi dobbiamo ancora percorrerlo in tutta la sua estensione per arrivare a Mariposa, dove il “Quality Inn Yosemite Valley Gateway” ci sta attendendo. Esterefatti da questo primo assaggio percorriamo lentamente la HW 140. Non abbiamo fretta e la voglia di imbatterci in un orso è davvero tanta. 

Come sempre, arriviamo a destinazione che è piuttosto tardi, facciamo il check-in e chiediamo di un ristorante che abbia ancora la cucina aperta. Ancora una volta paghiamo per il nostro ritardo con una cena in un posto orrendo: “Pizza Factory”. Mangiamo qualche triste trancio di pizza, e torniamo veloci all’hotel, pronti a riposare quanto più possibile per affrontare al meglio la giornata successiva. 

La colazione offerta dall’hotel è lauta e gustosa, usciamo soddisfatti e pieni, così da poter affrontare il trekking prescelto senza bisogno di portarci il pranzo. 
Ci dirigiamo di nuovo verso lo Yosemite passando per El Portal. All’ingresso bisogna percorrere una strada incorniciata da un arco formato da due grosse pietre, l’Arched Rock. Decisamente affascinante. 

A Yosemite la percezione principale è quella di essere letteralmente circondati dalla natura, l’aria è frizzante e tutto quanto è di dimensioni gigantesche. Ci sono rupi altissime, cascate fragorose, alberi maestosi ed uno scrosciante torrente che scorre lungo tutta la valle. La palette di colori è costituita da verdi molto intensi che spiccano in relazione al grigio argenteo delle rocce e si specchiano negli azzurri delle acque, o si innalzano in quelli del cielo. Non si fa fatica a credere che sia stato uno dei primi parchi nazionali statunitensi. 

Come dicevo poco fa, a Yosemite è tutto gigantesco, motivo per cui io e Walter, nonostante il navigatore, fatichiamo a trovare il punto di partenza del nostro sentiero. Ci sono parecchie strade e stradine che però ci riportano sempre allo stesso stesso posto, il Gift Shop. Ci troviamo così a perdere circa un’ora di tempo, nemmeno ci trovassimo in un labirinto! 
Un po’ sconfortati dalla cosa decidiamo di parcheggiare momentaneamente e di dirigerci proprio al Gift Shop per recuperare dell’acqua e qualche barretta energetica. Ed è qui che ho la fortuna di trovare una mascherina da sole che si adatta perfettamente ai miei occhiali da vista! Smetto definitivamente di vestire i panni della “ragazza stramba” (vi ricordate? (LINK)) e applico istantaneamente questo clip-on polarizzato e dai toni caldi che riesce a farmi apprezzare ancora meglio tutta quella vasta natura in cui sono immersa. In questo posto chiediamo anche informazioni per raggiungere l’inizio del sentiero del Four-Mile Trail, il tragitto prescelto, quello che ci avrebbe condotti fino al Glacier Point dal quale si può ammirare in tutta la sua grandiosità l’Half Dome, una montagna spezzata a metà, icona indiscussa del parco.

In ritardo di un paio d’ore, ma equipaggiati a dovere, imbocchiamo la sterrata da cui ha inizio il percorso, del tutto ignari della fatica che ci sarebbe toccata. 
Ci aspettavano infatti tre ore di salita assolata, spaccagambe, interminabile e senza tregue. Sudiamo tutti gli indumenti che abbiamo addosso e beviamo tutta l’acqua possibile, centellinandola, in modo da serbarne un poco per la fine del percorso. 
Incontriamo altri trekker che, provata quella fatica prima di noi, a loro modo cercano di incoraggiarci. Il Four-Mile Trail è un percorso che sale a zig-zag su una parete quasi verticale e che, ad ogni curva, regala viste favolose su tutta la valle. Salendo il paesaggio diventa sempre più inebriante e, nonostante la faticaccia, ci sentiamo ripagati. Siamo quasi in cima quando ci troviamo a passare per un boschetto in cui, io e Walter, per la prima volta, incontriamo le sequoie. Rimaniamo estasiati, quasi saltiamo dalla gioia!
E poi la cima, finalmente la vetta, un’altro tramonto da goderci a fatica terminata, dopo aver mirato e rimirato l’incantevole Half Dome, ancora più incredibile dal vivo. 
Cala la sera su Yosemite e noi, dopo un fortuito incontro con un paio di viaggiatori italiani, accettiamo di buon grado un passaggio in auto (per non arrivare con il buio) e consolidiamo così una neonata amicizia. 

Torniamo a Mariposa, ci facciamo una doccia ed usciamo a cena. Questa volta la nostra scelta ricade su una taverna caratteristica, dove consumiamo una cena squisita, ripercorrendo con la mente la nostra giornata e pianificando quella successiva.

Tornati in hotel, ci addormentiamo appena tocchiamo il letto e dopo la sveglia mattutina, la colazione e il check out ci dirigiamo verso una zona più a nord del parco: Merced Grove, per un trekking fra le sequoie, questa volta quelle giganti. Avremmo voluto visitare il Mariposa Grove, dove le sequoie giganti sono in numero assai maggiore rispetto al Merced Grove, ma la sorte ha voluto che in quei mesi fosse chiuso per lavori di mantenimento. 

Parcheggiamo la nostra auto all’inizio del sentiero, dove un cartello spiega come comportarsi nel caso di incontro con un puma (fatevi grossi, urlate, lanciategli bastoni e pietre, ma guai a fuggire!). Bene, siamo nell’habitat di orsi e puma. Io e Walter non ci portiamo dietro cibo, solo acqua, e intraprendiamo questo nuovo cammino in un bosco che passo dopo passo ci pare incantato. Ci addentriamo un poco nel sottobosco per immortalarci letteralmente immersi nei grandi tronchi che vediamo, fino ad arrivare alla fine del sentiero dove, recintate e protette, si trova un gruppo di mastodontiche sequoie che definire primitive non è abbastanza. Si percepisce la loro vecchiaia dalla consistenza della loro corteccia e lo sguardo, volto verso l’alto a cercarne la fine, quasi pare disorientato. Sono alberi maestosi, incredibili da descrivere, ne puoi assaporare la primigenia ed è quasi difficile credere che appartengano al pianeta Terra. E pensare che producono pigne così piccole… 

L’esperienza fra le sequoie ci lascia di stucco, non vediamo l’ora di poter ritornare nel Big West per visitare sia il Mariposa Grove che il Sequoia National Park. Se Merced Grove ci ha impressionati chissà come sarà percorrere i luoghi più famosi in cui crescono questi vecchi pachidermi vegetali. 

Concludiamo con questa gita mattutina la nostra esperienza a Yosemite e, risaliti in auto, viriamo alla volta di San Francisco, dopo aver respirato così tanta natura è giunta l’ora di rientrare attraverso le città, ma questa sarà un’altra storia…