Tornare qui il prima possibile.

La strada ci conduce piano piano fuori dalla verde area dello Yosemite, lontano dalle foreste, dal profumo di montagna e terra umida. Il nostro primo stop, dettato dal serbatoio dell’auto, ci costringe ad una pausa a Groveland, non troppo distante da dove siamo partiti, un borgo vecchio stile che presenta uno schieramento di edifici in legno lungo la sua via principale, con i loro porticati tipici e le insegne decorate. È proprio qui che, attirati da una di queste insegne, l’Iron Door Saloon, decidiamo di fermarci a pranzare. 
Capiamo di aver fatto la scelta giusta appena varchiamo quella porta. Abituati gli occhi alla semi oscurità del luogo ci accorgiamo di trovarci all’interno di un pezzo di storia californiana: il più antico saloon dello Stato. Lo stesso menù racconta che non hanno sospeso la loro attività nemmeno nel pieno del proibizionismo. 
Gli arredi sono tutti in stile, c’è un bancone lunghissimo accompagnato dai più iconici sgabelli, muri in pietra grezza, teste di animali impagliati alle pareti e un soffitto perlinato da cui pendono centinaia di banconote da un dollaro, sventolanti per via delle pale di un traballante ventilatore. Di sicuro l’atmosfera non manca. È una sosta piacevole durante la quale mangiamo un ottimo hamburger e ci culliamo sulle note trasmesse dal juke box. 
Non solo, approfittiamo anche della rete wi-fi per prenotare due notti a San Francisco, rimanendo scioccati dai prezzi che offrono gli hotel e i b&b. Non si trova nulla al di sotto dei 300$ a notte, ci pare una follia. Anche gli ostelli hanno prezzi che con gli ostelli hanno poco a che fare, motivo per cui ci viene in mente che potremmo trascorrere le notti seguenti a Berkeley, famoso polo universitario, affacciato sulla San Francisco Bay e distante dalla città appena qualche chilometro di strada più un lungo ponte da attraversare. 

Ristorati, a prenotazione fatta e con il pieno di benzina effettuato in una stazione su cui, fiero, un lightbox riportava la seguente dicitura in maiuscoletto: CHEAPEST GAS IN TOWN, ripartiamo alla volta della nostra prossima meta. Ci vogliono circa tre ore di viaggio che percorriamo principalmente sull’autostrada mentre il sole, piano piano, se ne va. 

Arriviamo a Berkeley che è sera. Sembra una città molto carina, animata da giovani, ovviamente, costituita di piccole casette a schiera e di una miriade di cafè e librerie una vicina all’altra, ma anche di negozi di abbigliamento con esposte in vetrina le più classiche divise universitarie del college americano per antonomasia. 

Il nostro hotel, il Berkeley City Club, è una via di mezzo tra casa della nonna e “Arsenico e Vecchi Merletti”. Nella hall ci sono quelli che scopriremo poi essere un gruppo di attori teatrali, sembrano usciti direttamente dagli anni ruggenti. Sono lì per fare le prove. Ci pare di essere i protagonisti inconsapevoli di Cluedo. 
Afferrate le chiavi, entriamo in stanza con l’unico desiderio di farci una doccia. La camera è molto più piccola di quello che immaginavamo e ha letti singoli e separati. Ce la facciamo andare bene, non abbiamo voglia di discutere, anche se fra noi, soprattutto la sottoscritta, ci lamentiamo.

Quando usciamo per cena chiediamo se ci sanno indicare una lavanderia automatica. La receptionist di turno ci indica quella dell’hotel, che rimane aperta ventiquattro ore su ventiquattro. Siamo letteralmente invasi dalla roba sporca, specie dopo gli ultimi giorni di trekking.

Ci accontentiamo di un’insalata in un triste fastfood non troppo distante dall’hotel. Siamo entrambi stanchi e ancora pieni dal pranzo, ma non possiamo rischiare che chiudano i ristoranti. Inoltre, in questo modo, saremmo potuti rientrare prima senza dover fare nottata per lavare la biancheria.

È proprio nella lavanderia, mentre aspetto che finisca di girare il ciclo di asciugatura, che vengo letteralmente aggredita dalla receptionist del turno di notte. Intenta a preparare le colazioni per il mattino dopo mi urla in malo modo se mi pare il caso di occupare quel posto, intralciandola nel flusso dei suoi lavori. Io, intimidita dai suoi modi, le chiedo di darmi ancora un paio di minuti e lei, sempre urlando, dice che non è possibile, che siamo dei maleducati, che lei ha bisogno di lavorare e quant’altro. 
A testa bassa e molto risentita raccolgo di tutta fretta i nostri vestiti interrompendo l’asciugatura. Corro su in camera da Walter e gli racconto frustrata l’accaduto e, mentre gesticolo e piego i nostri indumenti (alcuni nemmeno asciutti), mi rendo conto di aver dimenticato due pezzi nell’asciugatrice. Sono però troppo scossa per andare a recuperarli, decido che lo farò l’indomani durante la colazione. 

La mattina dopo, in seguito ad una colazione più che modesta e una piccola passeggiata per Berkeley, ci dirigiamo a San Francisco. Il sole splende alto e stiamo per visitare la prima vera e propria città di questo nostro viaggio. Il passaggio sul ponte è così cinematografico da essere ammaliante, così come la visione della città che, di fronte a noi, si avvicina miglio dopo miglio. 
Walter, che è già stato qui, decide di portarmi subito in visita a Castro, il quartiere più caratteristico della città, conosciuto come il cuore pulsante della comunità gay. 
San Francisco ha la fama di essere stata una delle città più liberali d'America, per via del suo legame con la Beat Generation e dei movimenti studenteschi del '68.
La storia del quartiere è legata a quella di Harvey Milk, esponente di spicco della comunità gay, assassinato nel 1978  (Gus Van Sant ne ha tratto anche un film, che vede Sean Peann protagonista). 
A Castro si respira aria di libertà, è un quartiere di colori: dagli arcobaleni delle bandiere che sventolano ad ogni angolo - anche all'interno delle banche! - insieme alle più classiche stars and stripes, a quelli delle strisce pedonali. Fare su e giù per la via e lasciarsi incantare da ogni angolo è d’obbligo. È qui che scopro anche una delle cose che più mi affascinano in questa città: le cable cars, ovvero i tram. I tram di Frisco provengono da tutto il mondo! Non esiste una linea di tram cittadini, ma si possono vedere passare sulle rotaie carrozze provenienti dal Giappone, da Londra, da Milano… Altro dettaglio, questo, che la rende ancora di più una città dagli orizzonti molto aperti.
 
Dopo la nostra visita a Castro, dove abbiamo fatto anche dell’ottimo shopping (vi ho già parlato della collezione di magliette di Walter? Ne ha più di 100, ognuna delle quali ha una sua storia), andiamo a vedere la città dall’alto di Twin Peaks, due colline gemelle tra le quali c’è un po’ di verde dove passeggiare. Per pigrizia non facciamo la famosissima Lombard Street (e sì, io ne sono super pentita, ma devo aver fatto troppa poca pressione a Walter probabilmente… Sarà per l'ennesima prossima volta, d’altronde Walter non ha voluto sentire ragioni nemmeno per la visita ad Alcatraz). Ci affrettiamo poi a raggiungere il famosissimo Golden Gate che, stranamente ci si presenta senza la sua nebbia caratteristica. Il tramonto lo guardiamo da qui, affascinati, contenti, felici di trovarci lì, in quella città così strana, fatta di salite e discese ripidissime, di casette in stile coloniale inglese, estremamente eleganti, di colori così forti. San Francisco è molto più di quanto mi aspettassi.
Per cena incontriamo due nostri cari amici conosciuti un paio di anni prima, sul treno diretto da Pechino a Ulan Bator, in Mongolia. Non li vediamo da allora e questa è un’ottima scusa per rincontrarci. Marco ed Erin ci portano a mangiare la deep dish pizza in un locale del loro quartiere. Ebbene sì, dobbiamo ammettere che la pizza americana non è affatto male. Passiamo la serata a raccontarci le nostre novità, ci facciamo raccontare della vita a San Francisco e ci sentiamo fortunati ad avere collezionato amici in giro per il mondo! 

Ritorniamo a Berkeley per trascorrere la notte e, fortunatamente, la receptionist di turno non è quella della sera prima. 

La sorpresa più grande ce l’abbiamo al mattino, quando, al momento del check out ci addebitano solo una notte. Walter aveva scritto, dopo il mio incidente in lavanderia, una lettera al direttore dell'hotel, ma nessuno dei due pensava che sarebbe stato tutto così rapido, tantomeno avevamo chiesto sconti sul totale, consapevoli anche dell’esperienza all’hotel di Page, ve la ricordate
Siamo felici! Partiamo di nuovo alla volta di San Francisco, questa volta diretti al famosissimo Pier 39 che non è altro che un porto in cui fare shopping selvaggio nella marea di negozietti caratteristici che ingombrano queste stradine pedonali. Ci sono negozi di caramelle, di calzini, di elettronica, case d’asta e il famosissimo Bubba Shrimp’s, nato dalla più fortunata pellicola Forrest Gump
Gironzoliamo senza meta fra queste casettine di legno e ci fermiamo a pranzare in un ottimo ristorante di pesce, affacciato sulla baia, il Crabcake & Sweets. Ci fermiamo a guardare Alcatraz (e sì, rimpiango proprio di non esserci andata!) e a prendere un po’ di vento lasciando vagare lo sguardo sull’orizzonte.
Salutiamo San Francisco con un ultimo giro in un altro quartiere caratteristico: Haight-Ashbury, la culla della Summer of Love, è qui che nacque il movimento hippie negli anni ’60 ed è qui che mi innamoro un’altra volta di questa città. Case vittoriane coloratissime, negozi vintage, di design e di strumenti musicali, muri decorati da graffiti incredibili e ancora una volta un’energia che è difficile da descrivere. Si fa tardi in un attimo, siamo costretti a ripartire, anche se non saremmo ancora pronti.

Andiamo via da San Francisco troppo presto, purtroppo e io ho in testa solo una cosa: tornare qui il prima possibile!