Niente è come sembra.

Mille volte ci è successo arrivare in un luogo e pensare di trovarlo esattamente come sulle cartoline. Mille volte ci è successo, arrivati in questo luogo, di averne una visione totalmente differente da quella che ci pregustavamo.
Dopo aver vissuto sulla nostra pelle una notevole quantità di esperienze possiamo tranquillamente sfatare i miti dei: “vi sveglierete all’alba e sarete gli unici ad assaporarvi questo spettacolo mozzafiato!”, “al tramonto troverete una tranquillità senza pari e una vista grandiosa.”, “andateci per l’ora del te per passare un’indisturbata e indimenticabile esperienza.”. NO. Nulla di tutto questo è vero! Diffidate di qualunque “guidina” (come a me piace chiamare le varie Lonely Planet, Routard, Doumont, TCI,…) vi prometta esperienza il cui comune denominatore sia costituito da: pace, calma e tranquillità. 
Oggi tutti possono scegliere di viaggiare, in percentuale sono poche le persone che non lo fanno: chi per scelta, chi per paura o chi per mancanza di possibilità economiche (altra grande bugia, si può viaggiare davvero con pochissimi soldi, sapete da quanti anni noi dobbiamo comprare un divano?!). Oggi non esistono più luoghi semideserti perché il turismo arriva davvero dappertutto. Oggi conosciamo praticamente ogni parte visibile del nostro pianeta. 
E non c’è alba che tenga. Magari all’alba sarete di meno, ma non sarete pressoché mai soli a godervi un luogo, quando avrete la percezione di essere soli sarà perché si tratterà di un luogo talmente grande che non vi daranno fastidio quei gruppi di turisti a chilometri di distanza.

Tutta questa premessa per arrivare alla prosecuzione del nostro viaggio nel Big West statunitense. 
Ci eravamo lasciati sulla Kaibab Trail Route, dopo la visita al punto d’osservazione chiamato Desert View. È su questa strada che proseguiamo in direzione Page,  eletto come punto d’arrivo per la nostra tappa notturna, ed è su questa strada che deviamo a ovest, a pochi minuti dalla suddetta città, per visitare l’Horseshoe Bend, ancora una tappa con protagonista il Colorado. 

L’Horseshoe Bend, il “Ferro di Cavallo”, è un’orrido scavato dal fiume Colorado che prende una singolare forma ad “U”, da qui il suo nome. Profondo 300 metri e in netto contrasto con il verdognolo dell’acqua, è sicuramente uno spettacolo della natura ed è indubbiamente suggestivo, specie nei due orari prediletti da noi fotografi: l’alba e il tramonto. 

Arriviamo in loco poco prima del tramonto. Il tempo di parcheggiare la macchina e percorrere a piedi una semplice, ma non troppo corta, passeggiata in salita per arrivare sull’altura d’osservazione. 
Tutto era fantastico… fino ad un attimo prima, quando avevamo impresso solo nei pensieri ciò che avremmo visto a minuti. Il tempo di salire l’ultimo tratto di strada ed eccoci di fronte a qualche centinaio di persone, tutte sull’orlo del precipizio, chi con una birra in mano a brindare alla fine di una giornata indimenticabile, chi di fronte all’ultimo treppiede lanciato sul mercato, intento a programmare la sua reflex dal punto di vista migliore, chi con il bastoncino da selfie mentre cerca di immortalarsi in uno scatto spettacolare e chi, in coda, attende il suo turno per accedere sulla lingua di pietra più protesa verso il vuoto e scattare poi da lì la propria fotografia acchiappalike. Insomma: nulla di eccezionalmente romantico, di emozionante e, ancor meno, di esclusivo. E per fortuna questo tratto di canyon non viene segnalato sulle guidine, altrimenti sarebbe un carnaio totale. 

Rimaniamo sul posto fino a che il sole non cala dietro all’orizzonte perché questa conformazione rocciosa ha dell’incredibile e la sua suggestività non si può discutere, ma non neghiamo che l’atmosfera sarebbe stata completamente diversa se non fossimo stati circondati da gente di ogni ogni nazionalità, nemmeno troppo silenziosa, nemmeno troppo assorta nella contemplazione di quella meraviglia. 

Dall’alto vediamo, microscopici in lontananza, un gruppo di campeggiatori sulle sponde del Colorado. Stanno accendendo un fuoco e un gommone li sta raggiungendo per unirsi al loro modesto baccanale. Li invidiamo. Vorremmo in quel momento essere laggiù con loro e goderci da quella prospettiva tutta la natura incontaminata di questa Grande America. 

Proseguiamo invece verso Page. Tornando indietro sul sentiero percorso all’andata, incrociamo turisti che, di corsa, cercano di raggiungere la vetta per vedere l’Horseshoe Bend con la luce. “Troppo tardi”, pensiamo. 

Page è una cittadina dell’Arizona non troppo grande, un punto nevralgico per le escursioni sul Lake Powell, un lago artificiale perfettamente studiato per preservare la conformazione naturale dell’area, formatosi con la costruzione della diga di Glen Canyon; ma anche per gli Antelope Canyon, gli Upper e i Lower, che sarebbero dovuti essere le nostre mete dell’indomani. Sarebbero, per l’appunto, ma questa sarà un’altra storia.

A Page una serie di inconvenienti sembrano a tutti i costi volerci infastidire. È qui che scopriamo l’impossibilità della visita a The Wave (l’onda), perché avremmo dovuto prenotarla con mesi di anticipo, oppure vincere l’estrazione giornaliera, che avviene attraverso una lotteria che estrae i biglietti a Moab, lontanissimo da dove siamo noi. È qui che non riusciamo a trovare un ristorante che ci convinca e scegliamo di comprare qualcosa di tristemente riscaldabile al microonde in un supermercato in zona. È sempre qui che il receptionist dell’hotel, al momento del check out, ci fa pagare molto di più rispetto alla cifra concordata con il receptionist della sera prima quando, appena arrivati, accettammo le condizioni, cercando di convincerci del fatto che siamo stati noi a capire male. 

Siccome a tutto c’è rimedio e disperare non serve a nulla, come insegna Walter alla sottoscritta quando i piani decidono di andare nel verso opposto rispetto a quello sperato, le nostre soluzioni sono state: 
1) pazienza, se per caso passassimo da Moab in tempo perché l’ufficio della lotteria sia aperto potremmo pensare di partecipare, altrimenti l’Ovest è così vasto e pieno di posti da vedere che sarà divertente trovare un’alternativa;
2) una zuppa precotta riscaldata non sarà il massimo, ma l’aver scoperto che i supermercati statunitensi vendono l’ibuprofene in flaconcini da 100 pezzi, per un’ipocondriaca come me è come avere trovato spalancate le porte del paradiso; 
3) non saranno certo mezzo centinaio di dollari a fare la differenza, specie in vacanza, e la recensione su Tripadvisor, beh, quella è il minimo che possano meritarsi…

Dopo un’abbondante colazione ci dirigiamo verso la diga, impressionante, “ma non come l’Hoover Dam”, dice Walter (io quest’ultima non l’ho mai vista, quindi mi lascio ammaliare da questa gigantesca costruzione umana). 

Giriamo la nostra Jeep e riprendiamo la strada polverosa, il rosso arido del deserto ai nostri fianchi e un’orizzonte infinito davanti a noi, tutto scorre liscio fino alla nostra meta mattutina: gli Antelope Canyons. E proprio lì, a pochi chilometri da quelle meraviglie, siamo stati introdotti alle politiche commerciali dei Navajo. 

Il primo assaggio dell’impossibilità di quella visita lo fiutiamo al momento di parcheggiare. Il parcheggio è pieno di macchine e, conoscendo le dimensioni ridotte degli Antelope, ci domandiamo come potessero esserci tutte quelle persone. 
Presto svelato il mistero, i Navajo, padroni della riserva, organizzano tour guidati di tre quarti d’ora l’uno, quelli fotografici un pochino più lunghi. 
Ma facciamo un passo indietro. Il parcheggio va pagato e la quota non viene calcolata a veicolo, bensì a persona presente nello stesso. <<Sono 8$ a testa, 16$ grazie.>> Senza se e senza ma, se siete una famiglia di cinque persone, solo per parcheggiare la vostra automobile e visitare uno dei due Canyon dovrete spendere 40$. 

I tour non fotografici sono esauriti, e comunque partecipando al tour normale non è concesso portare il cavalletto, fatto che un fotografo non può accettare. Nei tour fotografici rimangono tre posti e la partenza sarebbe di lì a mezz’ora, ovvero non vi è il tempo per ragionarci su, inoltre i prezzi sono decisamente superiori rispetto a quelli della visita semplice. Il nostro dubbio principale per la partecipazione è dato dal pensiero di trovarci là, schiacciati fra altri 20 fotografi e fare a spallate per portarci a casa tutti quanti la stessa foto, con l’aggravante che anche chi non ha cavalletto o reflex, quindi è lì solo come accompagnatore del fotografo, debba pagare la stessa cifra. 

Rinunciamo. Non ci piace essere derubati, ma prima di allontanarci dall’area proviamo ai Lower, magari là ci sarà meno gente.
Stessa scena per il parcheggio, come se avessimo premuto il tasto “rewind”, questa volta però spendiamo un poco di meno, stiamo sui 10$ mi pare. 
Entriamo in un baracchino per cercare di capire come funzionano le escursioni partendo da lì e se ci fosse la possibilità di un biglietto integrato. Impossibile anche solo avvicinarsi al bancone per la quantità di persone che troviamo. 
Il caldo e il caos, ma anche la delusione appena subita sono complici. Walter perde la pazienza. Io mi avvilisco. 

Con le pive nel sacco, di comune accordo, decidiamo che gli Antelope Canyon li vedremo la “prossima volta” e discutiamo su come ci siano sembrati eccessivamente cari gli indiani (con la stessa cifra si può acquistare un biglietto che permette di entrare in auto in tutti i Parchi Nazionali deli USA per un anno intero). Sì, sono stati cacciati dalle loro terre e relegati in aree insignificanti rispetto ai territori che possedevano una volta, ma con le tariffe che applicano si stanno sicuramente prendendo la loro rivincita, sempre che di rivincita si possa parlare dopo uno sterminio come quello che fu il loro, ma credo che ciò non giustifichi il loro metodo. 

Riprendiamo la strada e ci dirigiamo verso lo Utah, in direzione Monument Valley, non senza rimpianti. Conformazioni rocciose di ogni tipo e un cielo azzurrissimo macchiato da nuvole bianche e basse sono i nostri compagni di viaggio. Ogni tanto scorgiamo qualche cavallo pascolare in mezzo al nulla e radi cespugli verde sbiadito, ma principalmente il paesaggio è composto di rocce rossicce e di terra, pare di muoversi su Marte. 
Siamo di nuovo tra gli spazi infiniti, dove l’orizzonte sembra allontanarsi sempre di più e macinare miglia diventa l’unica ragione del viaggio. Siamo in quel West degli indiani e cowboy e sì, purtroppo siamo consapevoli che anche la Monument Valley di John Ford è riserva Navajo, ma abbiamo l'alternativa di poterla attraversare esternamente, preferendo ai suoi percorsi interni la Highway 163…