La città del peccato.

Arriviamo per la notte in un albergo elegante della vecchia Las Vegas, siamo entrambi molto stanchi, ma è tutto talmente bello, luminoso e colorato che, dopo una doccia ristoratrice, decidiamo di buttarci nel caos della notte a cercare un posto dove mangiare qualcosa. 
Ci troviamo a passare di fronte all’Hotel New Orleans, bellissimo con il suo porticato in stile coloniale francese, e poi arriviamo nella parte vecchia di Las Vegas. Non che sia poi così vecchia, dato che la città è stata fondata solo nel 1905. Ad ogni modo, siamo nella zona di Fremont Street, immersi nella confusione della città del peccato. 

Fremont Street (conosciuta anche come Fremont Street Experience) è, di fatto, una lunga galleria pedonale nella quale si dispiegano una serie infinita di locali. Basta alzare lo sguardo e si possono vedere persone che vengono letteralmente lanciate da un capo all’altro della della via grazie ad una lunga zip-line. Tutto questo polo energetico è condito da una sterminata serie di luminarie intermittenti e da concerti ad ogni angolo della strada. Una vera e propria allucinazione festaiola destinata a finire alle prime luci dell’alba. 
Io e Walter non facciamo altro che guardarci attorno con la bocca aperta. Certo, mi immaginavo che l’essenza di Las Vegas racchiudesse un eccesso dietro l’altro, influenzata anche dal comune immaginario che ne alimenta la fama, ma mai e poi mai mi sarei potuta figurare tutto ciò che stavo assaporando in quel momento. Las Vegas è oltre, Las Vegas non puoi immaginarla, soltanto viverla, godertela una volta che ci sei in mezzo. 
Ci perdiamo a tal punto, inglobati da quel delirio, che dimentichiamo la cena e quando finalmente si fanno sentire i morsi della fame fatichiamo a trovare un locale che abbia ancora le cucine aperte (lì in quella zona, per lo meno). Per tutti è l’ora infinita dei drink. Cocktail a profusione per chiunque: bariste in bikini e tacchi vertiginosi che riempiono calici fuori dai locali mentre altre ballano sui banconi, festaioli che tirano su in alto i bicchieri, brindisi a vittorie, ad addii al nubilato o al celibato, ma anche bottiglie di whisky portate alla bocca dal barbone sdentato e ciondolante o da quello a lato strada accasciato su se stesso, perché Las Vegas è anche una città di forti contrasti. Ognuno sembra pensare solo a bere, bere e bere. No more food for us.  
Ci accontentiamo di un fast food di bassa qualità specializzato in pollo. E pollo sia, sempre meglio che nulla. Consumiamo il nostro pasto senza pretese in un locale illuminato da neon tristi, con i tavolini unti. Fortunatamente non ci mettiamo molto tempo. 

Usciti dal locale ci ributtiamo in quel marasma che, se a Fremont si è un pochino attenuato, è ancora vivo sulla Strip, la strada più famosa di Las Vegas, situata qualche km a ovest del nostro hotel. Giusto il tempo di trovare dei dadi da gioco personalizzati per Walter e ci rendiamo conto di non avere più energie per continuare a vivere la notte. Gli occhi ormai si chiudono da soli e decidiamo quindi di tornare in hotel, abbiamo bisogno di rimetterci in forze. 

Ancora non ci sembra vero di poter riposare in un hotel così comodo, dopo un sacco di notti passate tra un motel e l’altro, a cercare di non camminare a piedi nudi su moquette marce e farci la doccia in spazi angusti. Quale modo migliore per concludere la giornata del compleanno di Walter?
Las Vegas è il lusso alla portata di tutti e proprio qui, per assurdo, troviamo l’hotel più lussuoso della vacanza ad un prezzo davvero stracciato. Questo perché gli albergatori sono disposti anche ad offrire gratis le camere pur di avere un potenziale giocatore in più nei loro casino. Purtroppo per loro con me e Walter non hanno fatto affari d’oro perché ignoriamo completamente la zona del gioco. Non usiamo nemmeno le fiches che ci hanno dato in omaggio con la stanza! 

Il mattino dopo ci svegliamo relativamente tardi e decidiamo di abbandonare l’hotel per farci un giro mattutino, non sapendo ancora se saremmo ritornati la sera. 
Las Vegas durante il giorno è quasi una città fantasma. Il suo miliardo di luci è scomparso per lasciar posto ad un sole duro e accecante, poche auto lungo le strade e poche persone a frequentare i locali. Pare che tutti riposino per prepararsi a vivere una nuova notte brava.
 
Dopo un ultimo giro (in auto) sulla Strip, in un susseguirsi di hotel strampalati il cui comun denominatore è l’eccesso; lasciati alle spalle il Luxor, i grattacieli del New York e le fontane del Bellagio; dopo aver scattato l’iconica fotografia di fronte alla più famosa insegna romboidale del mondo; dopo aver assistito ad un servizio fotografico del classico matrimonio lampo celebrato da chissà quale Elvis e dopo la visita al Pawn Shop per eccellenza, optiamo per un brunch che decidiamo di consumare da Hooters, un locale decisamente maschilista in cui vieni servito da ragazze in top molto aderenti e pantaloncini inguinali di cui Walter ovviamente serba un buonissimo ricordo dalla sua prima volta negli States, quasi 20 anni fa! 
Io decido di smarrire proprio qui dentro i miei occhiali da sole (graduati) passando la successiva mezz’ora nella disperazione più totale perché siamo appena a metà del nostro viaggio e abbiamo ancora davanti a noi chilometri e chilometri di deserto assolato. 
La soluzione che adotto, non senza riluttanza, è quella di comprare un nuovo paio di occhiali da sole talmente grandi da poterli porre sopra quelli da vista. Da qui in avanti (fino allo Yosemite, dove troverò la soluzione) per Walter io divento “la ragazza stramba”.

Il nostro amico chimico, incontrato allo Zion proprio ieri pomeriggio, ci ha raccontato che non lontano da Las Vegas si trova un luogo chiamato Valley of Fire, un parco statale sconosciuto ai più (la nostra fedelissima Routard nemmeno ne fa cenno) che, tra i suoi vari percorsi, ne comprende uno che si conclude in una conformazione rocciosa che non ha nulla da invidiare a “The Wave”. E noi siamo diretti lì.

Ma questa sarà un’altra storia…