L'arcobaleno dopo la tempesta.

Arriviamo al Bryce Canyon dopo una modesta colazione in un modesto hotel sulla highway. Ammaliati dalle sfumature rosse del paesaggio tutto intorno e scalpitanti dalla voglia di tuffarci in quell’incastro di pinnacoli, freniamo le briglie decidendo di correre a saccheggiare il negozio delle provviste e munirci di calze tecniche per il trekking. In realtà questa cosa delle calze la facciamo più per aggiungere uno strato al nostro abbigliamento, dato che, fedelissima, decide di condividere con noi l’escursione anche la nuvoletta di Fantozzi. Il cielo è azzurro, ma non troppo, e noi, dopo innumerevoli esperienze accumulate, siamo diventati un po’ più furbi. Forse.
Tornati al parcheggio prepariamo gli zainetti nei quali, oltre al cibo e ad una buona dose di acqua, infiliamo anche il k-way, sempre perché siamo diventati più furbi, a nostro modesto pesare. 

Ancora uno sguardo alla guidina (una Routard che arriverà a casa distrutta) e poi siamo pronti a partire. Siccome abbiamo programmato di vedere quanto più possibile nel poco tempo che abbiamo a disposizione, la nostra scelta ricade sull’unione di due sentieri: il Navajo e il Queens Garden, una camminata che con tutte le soste del caso dovrebbe durare all’incirca tre ore, senza nemmeno dover affrontare troppi metri di dislivello.

L’impatto con il parco è puro sbigottimento. Appena giunti al Sunrise Point, primo belvedere nonché punto di partenza per il nostro trail, scopriamo che non saremmo mai stati in grado di immaginare tutto ciò. Siamo ancora una volta di fronte ad un gioiello della natura: un sacco di hoodoos (così come vengono chiamati i pinnacoli), striati di ogni sfumatura di rosa possibile, si protendevano verso di noi, certi aguzzi, altri meno, offrendoci una visione tutt’altro che terrestre. Eppure siamo proprio qui, nello Utah, a girovagare per parchi, noi e qualche altro turista, non troppi, e siamo svegli. A farmi tornare con i piedi per terra le mie vertigini. Persa in quel paesaggio marziano avevo dimenticato di trovarmi sul ciglio di un burrone. Faccio un passo indietro, ma non tolgo gli occhi da ciò che ho di fronte. Non ci riesco. Sono emozionata e felice. Sono elettrizzata e curiosa. Li conoscete i “brividini” della gioia? Ecco, io ero piena di brividini.

Proprio la curiosità è il sentimento che ci spinge a proseguire per il camminamento e continuare così la nostra visita. A questo proposito mi permetto di dirvi che i consigli delle guidine sono da seguire, se si tratta di trekking. Ciò che facciamo noi è, ovviamente, imboccare il “loop” dal punto di arrivo e non da quello di partenza. Lo facciamo senza darci troppo caso, seguendo ingenui le frecce fino al primo sentiero in cui ci imbattiamo, pensando che sia quello corretto. Non è quello corretto e facciamo il giro al rovescio. Ne pagheremo le conseguenze al ritorno, nostro malgrado, ma prima vi devo raccontare ancora un paio di cose.

Le due camminate che scegliamo di unire non presentano particolari difficoltà tecniche, sono sentieri che attraversano in lungo e in largo i pinnacoli visti al Sunrise Point. Io e Walter passiamo sotto archi di pietra, fra alberi le cui radici paiono volersi staccare dal suolo per intraprendere chissà quali strade, piccoli boschi e pietre di ogni dimensione. Siamo letteralmente affascinati dal luogo in cui ci troviamo e una volta raggiunto il punto più basso, trovato un tronco sul quale sederci, decidiamo di fare pranzo all’ombra delle fronde degli alberi, tra odori di muschi e di natura incontaminata. 

È proprio qui, a pancia piena, rilassati e felici, che decide di coglierci la pioggia. Facciamo su tutto, cartacce comprese, e richiudiamo gli zaini. Si tratta di una pioggerellina sottile, non ci fa paura. Copriamo le nostre teste con un cappuccio e continuiamo la nostra escursione. 

Fortunatamente (e a posteriori ci sta tutto) una parte di sentiero è chiusa al pubblico per manutenzione, frecce rosse ci guidano verso quell’uscita che sarebbe dovuta essere l’entrata. Ci arriviamo in una mezz’oretta e, quando finalmente siamo pronti a risalire il canyon ecco che la pioggia si fa fragorosa e noi, che controcorrente ci ritroviamo a dover camminare in salita attraverso un ripidissimo, scivolosissimo e, a nostro sembrare, infinito sentiero a zigzag.  
Al Sunset Point ci arriviamo sfiniti, bagnati fradici e senza nemmeno voltarci ci dirigiamo correndo verso la nostra auto. Apriamo le valigie facendo mille acrobazie per non scendere dalla macchina e cerchiamo di asciugarci grossolanamente. Poi, aspettiamo che passi l’acquazzone. Non ci vuole molto. Ci accorgiamo del sereno quando, proprio dal parabrezza, vediamo avvicinarsi dei deer-mule. Bellisimi, con una grazia tutta loro, arrivano uno dopo l’altro per bere dalle foglie del sottobosco quell’acqua fresca, appena piovuta. Ci guardano curiosi, vigili, poi continuano a bere, brucare, fino a che non se ne tornano da dove sono arrivati. 

Io e Walter decidiamo dunque di andare ad esplorare qualche altro punto panoramico del parco, per poi goderci il tramonto all’Inspiration Point. Ed è proprio qui che veniamo ricompensati per il freddo e la pioggia, per essere stati costretti a rimetterci in moto subito dopo mangiato, senza poterci troppo godere la pace della sazietà. Qui vediamo l’arcobaleno più vivido di sempre, esce da una nuvola e si frantuma su quell’infinità di hoodoos, proprio nell’ora d’oro. Ci sentiamo fortunati e fieri allo stesso tempo, quasi come se quell’arcobaleno fosse lì apposta per noi, perché sì, dai, dopo tutto ce lo meritiamo!
Immobili, seduti sul limitare dello spazio profondo sotto di noi, stiamo lì per un po’, ammaliati, ad ammirare l’orizzonte infinito, non sapendo bene dove poggiare lo sguardo perché tutto è degno di nota. 
L’arcobaleno dopo la tempesta è un simbolo, voglio prenderlo come un simbolo. Il sereno torna sempre e spesso torna migliore di quanto fosse stato in precedenza. 

Il Bryce diventa così quel posto da lasciare con il sorriso sulle labbra, in auto, diretti verso Kanab, la nostra tappa notturna, e poi ancora verso lo Zion National Park, ultima meta in questo stato dai colori stupefacenti, con la strada che si fa lunga davanti e dietro di noi.

Ma questa sarà ancora un’altra storia…