5 consigli sull’attrezzatura fotografica da portare con voi quando viaggiate.

Oggi Alessandra è impegnatissima con il lavoro, quindi sarò io, dal gelo e dal buio della Finlandia, a curare la consueta rubrica del lunedì. In qualità di fotografo ho deciso di scegliere un argomento che mi è congeniale: la fotografia! L’avreste mai detto? Suppongo di si. 

Chi conosce un po’ l’argomento sa bene che la fotografia in viaggio richiede un minimo di organizzazione, cercherò quindi di darvi qualche suggerimento sull’attrezzatura da portare in viaggio, in modo che questa non diventi un ingombro eccessivo. Focus on: raggiungere un buon compromesso tra qualità e peso. 

1) Compatta, mirrorless o reflex? 
Se già possedete una macchina fotografica, probabilmente non vi servirà leggere questo punto. Tuttavia c’è una profonda differenza tra i tre tipi di camere. 
Le compatte sono indubbiamente le più comode perché sono le più piccole ed hanno la lente incorporata, quindi un vantaggio in termini di peso e di pulizia del sensore (se non cambiate la lente non si sporca il sensore e quindi non avrete milioni di puntini neri sui vostri panorami), tuttavia la qualità è la più bassa tra le tre. Inoltre la grande maggioranza delle compatte non vi permette di settare a piacimento le impostazioni per ottenere quello che volete e ciò può essere molto frustrante.
Le mirrorless, più care delle compatte, sono probabilmente l’opzione migliore per i viaggiatori, in quanto offrono dimensioni ridotte e pieno controllo delle impostazioni. Ovviamente per coprire tutte le focali vi dovreste portare dietro più di un obiettivo, ma anche questi hanno misure inferiori rispetto a quelli delle reflex, quindi sono un buon compromesso. Inoltre, al giorno d’oggi, la qualità delle mirrorless è molto alta e spesso non teme il confronto con le reflex. Ricordate inoltre che usando una mirrorless darete sicuramente meno nell’occhio che con una grossa reflex, cosa da non sottovalutare affatto se vi troverete in luoghi poco sicuri.
Le reflex sono le più grandi, le più pesanti, le più vistose, ma spesso sono anche quelle che offrono la qualità migliore. Chi già le usa conosce bene i sacrifici che bisogna affrontare per viaggiare con questo peso (noi facciamo così), ma ci sono anche dei vantaggi. Le reflex professionali, ad esempio, sono tropicalizzate, ovvero resistono a pioggia, sabbia e salsedine, con il vantaggio di non dover buttare via la macchina fotografica dopo due settimane nel deserto o in mezzo al mare. La qualità delle reflex è sempre legata al modello che scegliete, ma in genere è alta. Ovviamente anche qui vale il discorso che chi più spende più guadagna.

2) Obiettivi: 
Se non volete portarvi un bagaglio pesantissimo (come invece facciamo noi), procuratevi delle lenti zoom. Con un paio di obiettivi di questo genere potrete avrete una copertura totale delle focali, dal super grandangolo per i panorami al tele per ritratti rubati. La luminosità non è la stessa delle ottiche fisse, ma non si può avere tutto.

3) Copriobiettivo: 
Dimenticatevelo! Se siete in giro e non volete perdere tempo a toglierlo e rimetterlo ogni volta che volete scattare una foto procuratevi un filtro UV da piazzare sopra ogni obiettivo: questo sarà una protezione contro graffi e urti (dipende dall’urto, ovviamente) e vi permetterà di essere sempre pronti a scattare. Inoltre costano pochissimo.

4) Treppiede: 
Se volete fare foto anche di notte, dato che i tempi di scatto si allungano a dismisura, non avrete altra scelta che procurarvi un cavalletto, altrimenti otterrete soltanto fotografie mosse. Questo vi permetterà di tenere gli ISO (la sensibilità della pellicola/sensore) bassi, con il risultato di una maggiore qualità dell’immagine. Il mercato offre treppiedi di ogni prezzo e dimensione, in base alla camera che utilizzate e ai soldi che volete spendere. Già che ci siamo ne approfitto per ricordare che se fate foto ad un panorama di notte non dovete MAI utilizzare il flash, altrimenti il risultato sarà questo: tre metri illuminati davanti a voi e tutto il resto immerso nell’oscurità. In una parola: una schifezza!

5) Schede di memoria: 
Che la vostra macchina fotografica utilizzi le Compact Flash (CF) o le Secure Digital (SD) il mio consiglio, basato sull’esperienza personale è questo: meglio tante schede di bassa capacità piuttosto che una sola da centomila mega. Il motivo è semplice: nello sfortunato caso che questa si danneggi, se avrete una sola scheda  da centomila mega avrete perso in un solo colpo tutte le foto della vostra vacanza, se invece ne avete tante di bassa capacità avrete perso solo una piccola parte delle vostre immagini. Per sopperire a questa possibilità sarebbe consigliabile fare un backup su un pc o su qualche dispositivo portatile, ma non è detto che tutti abbiano voglia di portarsi un computer ed un hard disk in viaggio (noi lo facciamo, ma noi siamo masochisti!).

Se avete dubbi, se avete domande, se qualche punto non vi è chiaro o se volete venire a bervi una birra con me a Helsinki, non esitate a scrivermi!

Tornare qui il prima possibile.

La strada ci conduce piano piano fuori dalla verde area dello Yosemite, lontano dalle foreste, dal profumo di montagna e terra umida. Il nostro primo stop, dettato dal serbatoio dell’auto, ci costringe ad una pausa a Groveland, non troppo distante da dove siamo partiti, un borgo vecchio stile che presenta uno schieramento di edifici in legno lungo la sua via principale, con i loro porticati tipici e le insegne decorate. È proprio qui che, attirati da una di queste insegne, l’Iron Door Saloon, decidiamo di fermarci a pranzare. 
Capiamo di aver fatto la scelta giusta appena varchiamo quella porta. Abituati gli occhi alla semi oscurità del luogo ci accorgiamo di trovarci all’interno di un pezzo di storia californiana: il più antico saloon dello Stato. Lo stesso menù racconta che non hanno sospeso la loro attività nemmeno nel pieno del proibizionismo. 
Gli arredi sono tutti in stile, c’è un bancone lunghissimo accompagnato dai più iconici sgabelli, muri in pietra grezza, teste di animali impagliati alle pareti e un soffitto perlinato da cui pendono centinaia di banconote da un dollaro, sventolanti per via delle pale di un traballante ventilatore. Di sicuro l’atmosfera non manca. È una sosta piacevole durante la quale mangiamo un ottimo hamburger e ci culliamo sulle note trasmesse dal juke box. 
Non solo, approfittiamo anche della rete wi-fi per prenotare due notti a San Francisco, rimanendo scioccati dai prezzi che offrono gli hotel e i b&b. Non si trova nulla al di sotto dei 300$ a notte, ci pare una follia. Anche gli ostelli hanno prezzi che con gli ostelli hanno poco a che fare, motivo per cui ci viene in mente che potremmo trascorrere le notti seguenti a Berkeley, famoso polo universitario, affacciato sulla San Francisco Bay e distante dalla città appena qualche chilometro di strada più un lungo ponte da attraversare. 

Ristorati, a prenotazione fatta e con il pieno di benzina effettuato in una stazione su cui, fiero, un lightbox riportava la seguente dicitura in maiuscoletto: CHEAPEST GAS IN TOWN, ripartiamo alla volta della nostra prossima meta. Ci vogliono circa tre ore di viaggio che percorriamo principalmente sull’autostrada mentre il sole, piano piano, se ne va. 

Arriviamo a Berkeley che è sera. Sembra una città molto carina, animata da giovani, ovviamente, costituita di piccole casette a schiera e di una miriade di cafè e librerie una vicina all’altra, ma anche di negozi di abbigliamento con esposte in vetrina le più classiche divise universitarie del college americano per antonomasia. 

Il nostro hotel, il Berkeley City Club, è una via di mezzo tra casa della nonna e “Arsenico e Vecchi Merletti”. Nella hall ci sono quelli che scopriremo poi essere un gruppo di attori teatrali, sembrano usciti direttamente dagli anni ruggenti. Sono lì per fare le prove. Ci pare di essere i protagonisti inconsapevoli di Cluedo. 
Afferrate le chiavi, entriamo in stanza con l’unico desiderio di farci una doccia. La camera è molto più piccola di quello che immaginavamo e ha letti singoli e separati. Ce la facciamo andare bene, non abbiamo voglia di discutere, anche se fra noi, soprattutto la sottoscritta, ci lamentiamo.

Quando usciamo per cena chiediamo se ci sanno indicare una lavanderia automatica. La receptionist di turno ci indica quella dell’hotel, che rimane aperta ventiquattro ore su ventiquattro. Siamo letteralmente invasi dalla roba sporca, specie dopo gli ultimi giorni di trekking.

Ci accontentiamo di un’insalata in un triste fastfood non troppo distante dall’hotel. Siamo entrambi stanchi e ancora pieni dal pranzo, ma non possiamo rischiare che chiudano i ristoranti. Inoltre, in questo modo, saremmo potuti rientrare prima senza dover fare nottata per lavare la biancheria.

È proprio nella lavanderia, mentre aspetto che finisca di girare il ciclo di asciugatura, che vengo letteralmente aggredita dalla receptionist del turno di notte. Intenta a preparare le colazioni per il mattino dopo mi urla in malo modo se mi pare il caso di occupare quel posto, intralciandola nel flusso dei suoi lavori. Io, intimidita dai suoi modi, le chiedo di darmi ancora un paio di minuti e lei, sempre urlando, dice che non è possibile, che siamo dei maleducati, che lei ha bisogno di lavorare e quant’altro. 
A testa bassa e molto risentita raccolgo di tutta fretta i nostri vestiti interrompendo l’asciugatura. Corro su in camera da Walter e gli racconto frustrata l’accaduto e, mentre gesticolo e piego i nostri indumenti (alcuni nemmeno asciutti), mi rendo conto di aver dimenticato due pezzi nell’asciugatrice. Sono però troppo scossa per andare a recuperarli, decido che lo farò l’indomani durante la colazione. 

La mattina dopo, in seguito ad una colazione più che modesta e una piccola passeggiata per Berkeley, ci dirigiamo a San Francisco. Il sole splende alto e stiamo per visitare la prima vera e propria città di questo nostro viaggio. Il passaggio sul ponte è così cinematografico da essere ammaliante, così come la visione della città che, di fronte a noi, si avvicina miglio dopo miglio. 
Walter, che è già stato qui, decide di portarmi subito in visita a Castro, il quartiere più caratteristico della città, conosciuto come il cuore pulsante della comunità gay. 
San Francisco ha la fama di essere stata una delle città più liberali d'America, per via del suo legame con la Beat Generation e dei movimenti studenteschi del '68.
La storia del quartiere è legata a quella di Harvey Milk, esponente di spicco della comunità gay, assassinato nel 1978  (Gus Van Sant ne ha tratto anche un film, che vede Sean Peann protagonista). 
A Castro si respira aria di libertà, è un quartiere di colori: dagli arcobaleni delle bandiere che sventolano ad ogni angolo - anche all'interno delle banche! - insieme alle più classiche stars and stripes, a quelli delle strisce pedonali. Fare su e giù per la via e lasciarsi incantare da ogni angolo è d’obbligo. È qui che scopro anche una delle cose che più mi affascinano in questa città: le cable cars, ovvero i tram. I tram di Frisco provengono da tutto il mondo! Non esiste una linea di tram cittadini, ma si possono vedere passare sulle rotaie carrozze provenienti dal Giappone, da Londra, da Milano… Altro dettaglio, questo, che la rende ancora di più una città dagli orizzonti molto aperti.
 
Dopo la nostra visita a Castro, dove abbiamo fatto anche dell’ottimo shopping (vi ho già parlato della collezione di magliette di Walter? Ne ha più di 100, ognuna delle quali ha una sua storia), andiamo a vedere la città dall’alto di Twin Peaks, due colline gemelle tra le quali c’è un po’ di verde dove passeggiare. Per pigrizia non facciamo la famosissima Lombard Street (e sì, io ne sono super pentita, ma devo aver fatto troppa poca pressione a Walter probabilmente… Sarà per l'ennesima prossima volta, d’altronde Walter non ha voluto sentire ragioni nemmeno per la visita ad Alcatraz). Ci affrettiamo poi a raggiungere il famosissimo Golden Gate che, stranamente ci si presenta senza la sua nebbia caratteristica. Il tramonto lo guardiamo da qui, affascinati, contenti, felici di trovarci lì, in quella città così strana, fatta di salite e discese ripidissime, di casette in stile coloniale inglese, estremamente eleganti, di colori così forti. San Francisco è molto più di quanto mi aspettassi.
Per cena incontriamo due nostri cari amici conosciuti un paio di anni prima, sul treno diretto da Pechino a Ulan Bator, in Mongolia. Non li vediamo da allora e questa è un’ottima scusa per rincontrarci. Marco ed Erin ci portano a mangiare la deep dish pizza in un locale del loro quartiere. Ebbene sì, dobbiamo ammettere che la pizza americana non è affatto male. Passiamo la serata a raccontarci le nostre novità, ci facciamo raccontare della vita a San Francisco e ci sentiamo fortunati ad avere collezionato amici in giro per il mondo! 

Ritorniamo a Berkeley per trascorrere la notte e, fortunatamente, la receptionist di turno non è quella della sera prima. 

La sorpresa più grande ce l’abbiamo al mattino, quando, al momento del check out ci addebitano solo una notte. Walter aveva scritto, dopo il mio incidente in lavanderia, una lettera al direttore dell'hotel, ma nessuno dei due pensava che sarebbe stato tutto così rapido, tantomeno avevamo chiesto sconti sul totale, consapevoli anche dell’esperienza all’hotel di Page, ve la ricordate
Siamo felici! Partiamo di nuovo alla volta di San Francisco, questa volta diretti al famosissimo Pier 39 che non è altro che un porto in cui fare shopping selvaggio nella marea di negozietti caratteristici che ingombrano queste stradine pedonali. Ci sono negozi di caramelle, di calzini, di elettronica, case d’asta e il famosissimo Bubba Shrimp’s, nato dalla più fortunata pellicola Forrest Gump
Gironzoliamo senza meta fra queste casettine di legno e ci fermiamo a pranzare in un ottimo ristorante di pesce, affacciato sulla baia, il Crabcake & Sweets. Ci fermiamo a guardare Alcatraz (e sì, rimpiango proprio di non esserci andata!) e a prendere un po’ di vento lasciando vagare lo sguardo sull’orizzonte.
Salutiamo San Francisco con un ultimo giro in un altro quartiere caratteristico: Haight-Ashbury, la culla della Summer of Love, è qui che nacque il movimento hippie negli anni ’60 ed è qui che mi innamoro un’altra volta di questa città. Case vittoriane coloratissime, negozi vintage, di design e di strumenti musicali, muri decorati da graffiti incredibili e ancora una volta un’energia che è difficile da descrivere. Si fa tardi in un attimo, siamo costretti a ripartire, anche se non saremmo ancora pronti.

Andiamo via da San Francisco troppo presto, purtroppo e io ho in testa solo una cosa: tornare qui il prima possibile! 

5 consigli shopping da fare assolutamente quando vi trovate in…

Oggi è il Blue Monday, dicono che sia il lunedì più triste dell’anno e per noi, in parte, lo è davvero. Ieri Walter è partito per lavorare in Finlandia, dove resterà circa una anno, e il mio lavoro invece mi terrà a Milano ancora per un altro po’. La cosa che più ci ha lasciati spiazzati è stata la partenza improvvisa. In quattro giorni le nostre vite sono state completamente stravolte e i mille impegni presi, ovviamente rimandati (colgo qui l’occasione per scusarci ancora una volta con il CAI di Acqui Terme per aver dovuto rimandare la serata sui nomadi della Mongolia).
Per svagarci dai pensieri, dunque, abbiamo pensato che parlare di frivolezze sarebbe stata la scelta migliore. 
Quindi ecco a voi una lista di cose che non potrete fare a meno di acquistare se andrete in vacanza in questi luoghi. 

1) Lo zafferano ha prezzi ottimi in Marocco.
E oltre ad avere prezzi ottimi non è lavorato. Viene venduto in pistilli ed è davvero buonissimo! 
…Ma il Marocco è anche la meta ideale se siete fanatici di creme, acque, saponi o unguenti al profumo di rosa (da Kelaat M’Gouna parte la valle delle Rose) o estimatori dell’olio di argan, se andrete verso sud. 
Tra gli acquisti irrinunciabili voglio anche inserire le ceramiche di Fés, coloratissime e super affascinanti con le loro fantasie decorate interamente a mano. E come dimenticare la pelletteria? Che dire, in Marocco ce n’è davvero per tutti i gusti (e tutti gli stomaci, considerato che le ciabatte puzzano come un'intera mandria di capre).

2) L’argento indiano viene esportato in tutto il mondo.
In tutta l’India comprare l’argento è molto vantaggioso, dal sud al nord. Dai monili tipici, con gli intarsi in richiamo all’epoca dei maharaja a quelli tibetani, il prezzo dell’argento indiano ha ben pochi rivali al mondo. E certi gioielli sono davvero meravigliosi, curati nel minimo particolare. Lo sapete che la maggior parte dell’argento che si commercia in Africa (a Zanzibar, per esempio) arriva proprio da qui? Ok, forse non sarà proprio argento 925, ma la qualità della manodopera è molto alta.
Il nostro consiglio in questo caso è solo uno: contrattate sempre e il più possibile, se siete bravi vi faranno pure i complimenti! 

3) Il cashmere in Mongolia.
In Mongolia, durante l’inverno si possono sperimentare temperature che arrivano anche a quaranta gradi sottozero. Forse anche per questa ragione, comprare lì la lana di cashmere costa meno che da altre parti. Occhio però a non fare i vostri acquisti allo State Department Store di Ulan Bator, il luogo più frequentato dagli occidentali. Il mercato di Narantuul, spesso snobbato dai turisti, offre prezzi decisamente migliori.

4) I maglioni decorati della Bolivia.
I maglioni in lana di alpaca si trovano in Perù, in Cile, nell’Argentina Settentrionale e in Bolivia, ma solo qui ha davvero senso acquistarli. La Bolivia, a differenza degli altri tre stati, è ancora molto vergine, specie nelle zone del sud-ovest, e quindi anche molto economica. La lana di alpaca poi è molto calda e molto, molto morbida e le fantasie dei capi sono divertentissime, tutte degne del premio “ugly sweater” il giorno di Natale! Ricordatevi di contrattare anche qui e non fatevi prendere dallo sconforto se dopo poche ore si scucirà una manica: le maglie sono decorate alla perfezione, ma assemblate con punti piuttosto molli. Vostra nonna saprà rimediare a questa mancanza in un batter di ciglia.

5) Le scacchiere nei paesi dell’ex URSS.
Gli scacchi, nel '900, sono legati alla storia dell'Unione Sovietica, venivano insegnati ai bambini a scuola e, in qualche modo, il gioco degli scacchi può essere definito come uno “sport” comunista. Forse per questo motivo è così facile trovare scacchiere in giro per gli ex paesi appartenti all’URSS.
È bellissimo ai mercatini, soprattutto quelli dell’artigianato, trovarsi imbambolati a rimirare scacchiere di tutte le forme e le dimensioni e vedere le varie interpretazioni che ne sono scaturite. Della più classica URSS vs USA, in memoria della guerra fredda, fino alla più moderna visione manichea di lato chiaro e lato oscuro: Star Wars
Scegliere una scacchiera all’Izmailovo di Mosca è tra le esperienze più folkloristiche che possiate fare! 

E qui finisce la nostra Top5 di oggi. Sperando che vi abbia tenuto un po’ di compagnia, vi diamo appuntamento a mercoledì per un nuovo racconto di viaggio, ma state sintonizzati perché abbiamo intenzione di inaugurare una nuova sezione del blog che chiameremo: “Vado un attimo in Finlandia”.

A presto!

Il primo parco degli USA - Ale e Walter allo Yosemite.

Riprendiamo il nostro racconto da dove l’abbiamo interrotto, lungo la strada del Tioga Pass, circondati da foreste di sempreverdi da cui il sole, ormai basso, fa capolino illuminando a tratti ciò che vediamo attraverso il parabrezza. Da qui entriamo definitivamente nelle terre di Ansel Adams, il fotografo della wilderness americana. Fu proprio in questo luogo, allo Yosemite, che ricevette la sua prima macchina fotografica e forse è anche per questo che l’adrenalina è palpabile all’interno della nostra auto. 

Io e Walter accarezziamo con gli pneumatici le dolci curve che ci conducono piano piano a valle, affascinati da ogni scorcio di ciò che ci si presenta dinanzi: dal cartello che invita gli autisti a moderare la velocità per via di un possibile attraversamento orsi all’imponenza di El Captain che, maestoso, fa capolino in tutta la sua possanza. Non possiamo fare altro che fermarci di continuo, scendere dall’auto più e più volte per fotografare quel tripudio di natura che pare non finire mai. Sull’onda dell’entusiasmo facciamo una pausa fotografica anche quando il cielo inizia a tingersi di colori incredibili, rivelando il più bel tramonto di questo viaggio. È proprio qui che ammiriamo incantati e quasi commossi le silhouette nere di pini spogli incorniciate dalle tinte di un crepuscolo vivido dove timide compaiono già le prime stelle. Sta calando la notte sullo Yosemite National Park e noi dobbiamo ancora percorrerlo in tutta la sua estensione per arrivare a Mariposa, dove il “Quality Inn Yosemite Valley Gateway” ci sta attendendo. Esterefatti da questo primo assaggio percorriamo lentamente la HW 140. Non abbiamo fretta e la voglia di imbatterci in un orso è davvero tanta. 

Come sempre, arriviamo a destinazione che è piuttosto tardi, facciamo il check-in e chiediamo di un ristorante che abbia ancora la cucina aperta. Ancora una volta paghiamo per il nostro ritardo con una cena in un posto orrendo: “Pizza Factory”. Mangiamo qualche triste trancio di pizza, e torniamo veloci all’hotel, pronti a riposare quanto più possibile per affrontare al meglio la giornata successiva. 

La colazione offerta dall’hotel è lauta e gustosa, usciamo soddisfatti e pieni, così da poter affrontare il trekking prescelto senza bisogno di portarci il pranzo. 
Ci dirigiamo di nuovo verso lo Yosemite passando per El Portal. All’ingresso bisogna percorrere una strada incorniciata da un arco formato da due grosse pietre, l’Arched Rock. Decisamente affascinante. 

A Yosemite la percezione principale è quella di essere letteralmente circondati dalla natura, l’aria è frizzante e tutto quanto è di dimensioni gigantesche. Ci sono rupi altissime, cascate fragorose, alberi maestosi ed uno scrosciante torrente che scorre lungo tutta la valle. La palette di colori è costituita da verdi molto intensi che spiccano in relazione al grigio argenteo delle rocce e si specchiano negli azzurri delle acque, o si innalzano in quelli del cielo. Non si fa fatica a credere che sia stato uno dei primi parchi nazionali statunitensi. 

Come dicevo poco fa, a Yosemite è tutto gigantesco, motivo per cui io e Walter, nonostante il navigatore, fatichiamo a trovare il punto di partenza del nostro sentiero. Ci sono parecchie strade e stradine che però ci riportano sempre allo stesso stesso posto, il Gift Shop. Ci troviamo così a perdere circa un’ora di tempo, nemmeno ci trovassimo in un labirinto! 
Un po’ sconfortati dalla cosa decidiamo di parcheggiare momentaneamente e di dirigerci proprio al Gift Shop per recuperare dell’acqua e qualche barretta energetica. Ed è qui che ho la fortuna di trovare una mascherina da sole che si adatta perfettamente ai miei occhiali da vista! Smetto definitivamente di vestire i panni della “ragazza stramba” (vi ricordate? (LINK)) e applico istantaneamente questo clip-on polarizzato e dai toni caldi che riesce a farmi apprezzare ancora meglio tutta quella vasta natura in cui sono immersa. In questo posto chiediamo anche informazioni per raggiungere l’inizio del sentiero del Four-Mile Trail, il tragitto prescelto, quello che ci avrebbe condotti fino al Glacier Point dal quale si può ammirare in tutta la sua grandiosità l’Half Dome, una montagna spezzata a metà, icona indiscussa del parco.

In ritardo di un paio d’ore, ma equipaggiati a dovere, imbocchiamo la sterrata da cui ha inizio il percorso, del tutto ignari della fatica che ci sarebbe toccata. 
Ci aspettavano infatti tre ore di salita assolata, spaccagambe, interminabile e senza tregue. Sudiamo tutti gli indumenti che abbiamo addosso e beviamo tutta l’acqua possibile, centellinandola, in modo da serbarne un poco per la fine del percorso. 
Incontriamo altri trekker che, provata quella fatica prima di noi, a loro modo cercano di incoraggiarci. Il Four-Mile Trail è un percorso che sale a zig-zag su una parete quasi verticale e che, ad ogni curva, regala viste favolose su tutta la valle. Salendo il paesaggio diventa sempre più inebriante e, nonostante la faticaccia, ci sentiamo ripagati. Siamo quasi in cima quando ci troviamo a passare per un boschetto in cui, io e Walter, per la prima volta, incontriamo le sequoie. Rimaniamo estasiati, quasi saltiamo dalla gioia!
E poi la cima, finalmente la vetta, un’altro tramonto da goderci a fatica terminata, dopo aver mirato e rimirato l’incantevole Half Dome, ancora più incredibile dal vivo. 
Cala la sera su Yosemite e noi, dopo un fortuito incontro con un paio di viaggiatori italiani, accettiamo di buon grado un passaggio in auto (per non arrivare con il buio) e consolidiamo così una neonata amicizia. 

Torniamo a Mariposa, ci facciamo una doccia ed usciamo a cena. Questa volta la nostra scelta ricade su una taverna caratteristica, dove consumiamo una cena squisita, ripercorrendo con la mente la nostra giornata e pianificando quella successiva.

Tornati in hotel, ci addormentiamo appena tocchiamo il letto e dopo la sveglia mattutina, la colazione e il check out ci dirigiamo verso una zona più a nord del parco: Merced Grove, per un trekking fra le sequoie, questa volta quelle giganti. Avremmo voluto visitare il Mariposa Grove, dove le sequoie giganti sono in numero assai maggiore rispetto al Merced Grove, ma la sorte ha voluto che in quei mesi fosse chiuso per lavori di mantenimento. 

Parcheggiamo la nostra auto all’inizio del sentiero, dove un cartello spiega come comportarsi nel caso di incontro con un puma (fatevi grossi, urlate, lanciategli bastoni e pietre, ma guai a fuggire!). Bene, siamo nell’habitat di orsi e puma. Io e Walter non ci portiamo dietro cibo, solo acqua, e intraprendiamo questo nuovo cammino in un bosco che passo dopo passo ci pare incantato. Ci addentriamo un poco nel sottobosco per immortalarci letteralmente immersi nei grandi tronchi che vediamo, fino ad arrivare alla fine del sentiero dove, recintate e protette, si trova un gruppo di mastodontiche sequoie che definire primitive non è abbastanza. Si percepisce la loro vecchiaia dalla consistenza della loro corteccia e lo sguardo, volto verso l’alto a cercarne la fine, quasi pare disorientato. Sono alberi maestosi, incredibili da descrivere, ne puoi assaporare la primigenia ed è quasi difficile credere che appartengano al pianeta Terra. E pensare che producono pigne così piccole… 

L’esperienza fra le sequoie ci lascia di stucco, non vediamo l’ora di poter ritornare nel Big West per visitare sia il Mariposa Grove che il Sequoia National Park. Se Merced Grove ci ha impressionati chissà come sarà percorrere i luoghi più famosi in cui crescono questi vecchi pachidermi vegetali. 

Concludiamo con questa gita mattutina la nostra esperienza a Yosemite e, risaliti in auto, viriamo alla volta di San Francisco, dopo aver respirato così tanta natura è giunta l’ora di rientrare attraverso le città, ma questa sarà un’altra storia…

5 piatti tipici della Mongolia.

Nel ricordarvi della nostra serata di venerdì 26 Gennaio, alle ore 21,30, presso la sede CAI di Acqui Terme, rimanendo sempre in tema Mongolia, quest’oggi parliamo di cibo, un cibo un po’ particolare, sicuramente molto lontano da quello che siamo soliti vedere sulle nostre tavole. 

Ancora una volta la lista dei 5 ci tratterrà dal raccontarvi proprio tutto, ma scegliamo in questo post di parlarvi dei sapori che più ci hanno stupito. 

1) L’Airag, il latte di cavalla fermentato. 
Esattamente. Io, personalmente, fino a che non sono stata in Mongolia, non avevo mai visto mungere una cavalla, invece pare che le proprietà benefiche del suo latte siano una panacea. Il latte di cavalla è considerato un ottimo ricostituente (Tolstoy partiva per le campagne per curarsi con questo alimento) e i bambini mongoli vengono cresciuti a suon di coppette ricolme di questo liquido che no, non è affatto una prelibatezza. Dal momento poi che viene anche fatto fermentare, acquisisce un sapore ancora più acidognolo. Sembra di bere una robiola liquida mescolata a vino rancido, con pezzi gialli di grasso che galleggiano in superficie. Per nulla invitante.
Pare però che la tradizione imponga al padrone di casa di offrire al nuovo arrivato una tazza sempre piena di latte e farla circolare, di bocca in bocca, fra tutti i presenti nella gher. E non ci si può rifiutare di bere, se non si vuole offendere colui che ci ospita. 

2) La carne di yak. 
Lo yak è un bovino tipico dell’Asia centrale. È molto grande, peloso e vive ad alte quote senza fatica alcuna grazie alla forma dei suoi polmoni, più grossa rispetto al normale. 
Io e Walter abbiamo assaggiato la loro carne che non è proprio nulla di speciale essendo molto dura e non troppo saporita, almeno non quanto la nostra mucca. Molto meglio vederli pascolare seraficamente nelle vaste praterie Mongole.

3) L’Aaruul.
L’aruul è una sorta di tofu che i nomadi producono con le proprie mani. Noi, nel nostro periodo di permanenza con loro, abbiamo aiutato la moglie del capofamiglia a farlo. 
La realtà è che sarebbe molto più buono fresco, appena cagliato, ma essendo loro un popolo di itineranti devono farlo seccare al sole, dopo aver tagliato la forma in strisce sottili, così, una volta pronto, questo formaggio potrà essere conservato per tutta la stagione. L’unica pecca è che in questo modo perde molto (quasi tutto) del suo sapore e molte volte sembra di avere in bocca una caramella dura come un sasso al gusto di niente.

4) La testa della capra. 
Quando al villaggio arriva un ospite gradito il capo clan decide che verrà cucinata una capra in suo onore, e l’offerta della testa dell’ovino, da mangiare fino all’ultimo boccone occhi compresi per i più impavidi, è una sorpresa che lascia sempre gli stranieri più interdetti che onorati. 
L’ultima sera della nostra permanenza in un accampamento del Bulgan (provincia) Arhangay ci venne offerta proprio la testa della capra… 

5) Il Byaslag, un formaggio di capra a tutti gli effetti.
Un formaggio morbido e saporito è il Byaslag, spesso offerto dai nomadi insieme al più tipico tè al latte salato che bevono ad ogni ora del giorno e della notte. 
Unica pecca di questo formaggio è che sia palesemente di capra e quando dico palesemente intendo dire che al suo interno è facilissimo trovarvi peli dell’animale. Sicuramente i NAS non girano ad ispezionare le gher mongole! 

 

E poi ci sarebbero i buuz, l’hot-pot importato dalla vicina Cina, i boortsog, biscotti che hanno la forma dei nostri Bibanesi, ci sarebbe la marmotta di cui abbiamo già parlato qui e il classico riso condito con capra, carote e patate… Ma noi abbiamo voluto dare spazio, nella nostra lista, solamente alle particolarità di questa terra così vasta e ancora oscura. 
Speriamo che il nostro post vi sia piaciuto e vi diamo appuntamento a mercoledì con un nuovo racconto di viaggio. 

A presto! 

10000 abitanti e 65 saloon - Ale e Walter nel Far West.

La strada per Bodie si allontana lentamente dal Mono Lake offrendoci paesaggi lontani dal nostro immaginario. Alla nostra destra il lago salato, sempre più piccolo, incorniciato dalle vette della Sierra Nevada, alla nostra sinistra le pinete che confinano con i verdi e giganteschi spazi dello Yosemite National Park. È un’esplosione di colori autunnali, c’è del verde, ma c’è anche del rosso, dell’arancione e del giallo che, illuminati dalla luce ancora alta del sole, splendono in tutta la loro nitidezza. Ci allontaniamo poco a poco, abbandonando questi scenari di maestosa natura per imboccare una stradina verso est che si snoda stretta stretta sul fianco di un dirupo, dapprima asfaltata e dopo qualche chilometro sterrata, così fino al raggiungimento della nostra meta. 

Bodie è una città fantasma nata verso la metà del '800 nel pieno della corsa all’oro. Nel suo periodo di massimo splendore arrivò a contare quasi diecimila abitanti. È facile ritrovarsi a percorrere le sue vie desolate, immersi in uno scenario da Far West ed è quasi strano non trovarsi di fronte ad uno sceriffo con tanto di stella a cinque punte in bella mostra sul petto, oppure dinnanzi a una damina coperta dal tipico ombrellino di pizzi e merletti o al cowboy di turno, armato di tutto punto col calcio delle sue Colt a vista. 
È polverosa Bodie e c’è davvero tutto: dalla scuola elementare all’emporio, dalla chiesa al municipio e tutti gli edifici sono ancora intatti, così come sono stati abbandonati, in uno stato di “fatiscenza ibernata” in cui tutto è sospeso, ma ancora vivido, ancora impregnato dei sapori e degli odori dell’epoca. 

Riconosciuto come sito storico, Bodie ormai è una vera e propria città museo. Purtroppo la sua miniera non è completamente visitabile per ragioni di sicurezza, ma vedere il suo dispiegarsi su per la collina è un colpo d’occhio notevole. 

Io e Walter paghiamo la fee d’entrata, 7$ a testa, e ci perdiamo tra gli edifici. Curiosiamo, ci affacciamo alle finestre per scorgere ciò che quelle stanze racchiudono al loro interno, quando non aperte al pubblico. Proviamo ad immaginarci dove si sarebbero potuti situare i sessantacinque saloon che la città contava, disseminati per tutto il miglio della via principale, un miglio dove poteva succedere qualsiasi cosa, essendo Bodie una città nata per le ricchezze minerarie della zona e conseguentemente piena di criminali. Sparatorie, risse, assalti alle diligenze erano all’ordine del giorno. 
Ci aggiriamo tra i fantasmi di quella città per un'oretta, fra carcasse di auto, porte scrostate ed edifici adibiti a musei, cerchiamo di fotografare ciò che riteniamo più iconico e poi, presi dai morsi della fame, ma soprattutto della sete, decidiamo di ritornare sulle nostre orme per dirigerci verso lo Yosemite. Dobbiamo ancora trovare una sistemazione per la notte ed un posto dove mangiare, quindi cerchiamo un luogo che abbia una connessione internet. Ci fermiamo al "Nicely's" (dove mangiamo male male male), poco prima di imboccare la salita verso il Tioga Pass. Qui fatichiamo a trovare una soluzione economica dove passare le due notti a venire. Troviamo su booking.com un residence situato a circa trenta minuti dall’entrata sud del parco. La distanza dall'ingresso ci costringerà ogni volta a percorrere un bel pezzo di strada tra i maestosi boschi e le montagne dello Yosemite, un sacrificio che siamo ben disposti ad affrontare. 

Recuperati gli zaini in fretta e furia io e Mr.W risaliamo sulla Jeep, mettiamo le cinture di sicurezza e accendiamo il motore pronti ad affrontare una nuova, incantevole avventura e a vedere il tramonto più spettacolare di questo viaggio, un tramonto fatto di colori vividi, di blu, arancioni e rossi, di silhouette di pini spogli e di nuovo di natura immensa, ma questa sarà ancora un’altra storia… 

I 5 motivi che vi faranno innamorare della Mongolia.

Nel 2014 io e Walter eravamo partiti per fare la Transiberiana. Volevamo partire da Pechino e arrivare a Mosca, ma mentre ci trovavamo nel deserto del Gobi il destino ha deciso che ci saremmo dovuti fermare in Mongolia fino alla fine del nostro viaggio. 
Siamo stati costretti a cambiare i nostri piani e a scoprire una terra che avremmo dovuto visitare solo in parte. Tornati poi in Italia ci siamo resi conto di come fosse stato facile innamorarsi di quello che è considerato il più grande campeggio libero al mondo.

Qui, elenchiamo una lista sparsa dei cinque motivi per cui la Mongolia rimarrà sempre nel nostro cuore.

1) L’accoglienza dei nomadi.
Che tu sia di passaggio o meno, ogni volta che entri in una gher, così si chiamano le loro tende, puoi stare certo che ti accoglierà un piatto di cibo e grandi quantità di te caldo o di latte di cavalla fermentato (ok, quest’ultimo forse non è proprio il massimo, dato che ha un sapore tremendo). 
Il viandante potrà sempre contare sulla calda accoglienza dei nomadi della Mongolia, sulla loro gioia di vivere e sulla loro fede animista così grata ad ogni piccola cosa. 
I nomadi mongoli sono tra le popolazioni più sincere e più pure mai incontrate lungo i nostri viaggi. Si tratta di persone che non possiedono quasi nulla, ma che sono sempre disposte a donare quel poco che hanno se lo straniero ne ha bisogno. Sono generosi, gentili e sorridenti. Ci siamo divertiti a fare il formaggio con loro e vedere le loro espressioni stupite di fronte ad una loro fotografia scattata con la Polaroid ci ha riempito il cuore di gioia. Ovviamente le Polaroid le abbiamo donate a loro.

2) La vastità delle praterie.
Gli spazi in Mongolia sono infiniti. Si srotolano fino all’orizzonte immense praterie verdi, in contrasto con un cielo azzurro, spesso impreziosito da nuvolette soffici e bianche. Anche quando tutto pare vicino, la realtà è che ci vuole sempre un tempo maggiore di quando ci si possa immaginare per arrivare al punto che ci si è prefissati di raggiungere. E tutto è morbido, dolce e silenzioso. Di una natura antica e incontaminata, ancora vergine. Di uno spazio che infonde pace interiore e riavvicina l’uomo (specie quello di città) alla terra.

3) I paesaggi del Gobi.
Il Gobi è un deserto dalle mille sfaccettature. È fatto di canyon, di foreste pietrificate e fossili di dinosauro, di valli ghiacciate che una volta scongelate sono verdissime, di città sconquassate e di altissime dune di sabbia che sanno cantare. E’ un deserto enorme, il quarto al mondo per estensione, con il suo milione e mezzo di chilometri quadrati. 
Tramite i suoi colori più vari, le sue terre aride e i suoi suoni io e Walter ci siamo ritrovati a vivere lì come dentro ad un sogno, dove tutte le scomodità del viaggio sono passate in secondo piano. Tranne forse le piaghe sul sedere che ci hanno lasciato i cammelli.

4) Il cielo stellato.
Il cielo stellato della Mongolia è forse il più bello che abbiamo mai visto, al pari di quello boliviano. Di una nitidezza incredibile, senza alcun inquinamento luminoso, le stelle paiono tutte appese ad un filo, ne puoi cogliere la tridimensionalità. 
La via lattea si definisce in tutto il suo splendore e qua e là passano veloci le stelle cadenti a ricordarti che non è una messa in scena, ma che tutto vive e che tu sei un puntino sperduto in mezzo all’infinito dell’universo che ti circonda.

5) I forti contrasti della capitale.
Ulan Bator non è una città bella. Per niente. E’ una città dura, grigia ed anonima, eredità di una architettura popolare sovietica, in cui le strade sono eternamente congestionate dal traffico. 
Nonostante ciò, si trova tutto quanto, in città o nel famoso Narantuul, conosciuto anche come il Black Market. 
Con la fine del comunismo legato al crollo dell’Unione Sovietica, Ulan Bator è diventato un miraggio per moltissimi nomadi che, abbandonate le steppe o i deserti e venduto il bestiame e le gher, hanno puntato tutto sulla possibilità di una nuova e più comoda vita in città, dove invece non hanno trovato nulla se non povertà, disperazione, e delinquenza. Čingėltėj è un quartiere-favela in cui si concentrano centocinquantamila disperati che vivono nella più totale indigenza. Niente cibo e niente riscaldamento, in un luogo dove venti, trenta gradi sotto zero sono una cosa normale durante l’inverno. 
Il contrasto più forte è che di fronte a questa collina di infelici se ne staglia un’altra, dove alcuni complessi immobiliari per super-ricchi ospitano case di un lusso sfrenato, dotate di qualsiasi comfort. 
I due poli opposti si specchiano l’uno sull’altro, senza alcuna possibilità di scambio né di contaminazione. 
Io e Walter abbiamo avuto la possibilità di visitare entrambi i quartieri (scortati nel primo e accompagnati nel secondo) e sono state molte le riflessioni scaturite in noi a riguardo. Pochi conoscono questo lato della Mongolia, per questo crediamo sia giusto parlarne.

Giunti al termine del primo post dell’anno vi vogliamo annunciare che la sera del 29 Gennaio parleremo di queste e di altre esperienze vissute in Mongolia presso la sezione CAI di Acqui Terme. Ci seguirete anche lì? 
Per tutti gli impossibilitati invece diamo il solito appuntamento del lunedì per una nuova “TOP5” e il mercoledì per un racconto di viaggio. 

A presto!

Wish You Where Here - Una cartolina da un altro pianeta.

Arriviamo a Bishop che è buio. Ci mettiamo tre minuti a percorrere la cittadina in tutta la sua lunghezza, in cerca del motel più pittoresco. Io sono colpita da un caseggiato di perline in legno chiaro, in contrasto con il tetto scuro e le finestre azzurro vivo. <<Andiamo lì”>> dico <<È il più bel motel della città!>>. Walter sembra essere d’accordo. Non appartiene a nessuna catena ed è caratteristico quanto basta. 
Suoniamo il campanello della reception del “Bishop Town House Motel” più volte, non ci apre nessuno. Proviamo ad entrare. La porta si apre. Entriamo guardinghi in una reception che sembra più che altro il salotto di una casa di bifolchi. Una poltrona sgualcita, un cane spelacchiato e un bancone scrostato. C’è un campanellino. Lo suoniamo più volte. Attendiamo. Sbuca una bambina  dalla porta sul retro, che dà su una sala illuminata solo dalla luce tremolante di una tv. Si avvicina timida. Non appena le sorridiamo si fa più sicura e abbandona ogni vergogna. Inizia prima a rincorrere il cane e poi noi. Finiamo con la bambina che ci prende a testate a mo’ di toro in piena corrida, ancora in attesa che arrivi il receptionist. Anche se intrattenuti a dovere, insistiamo a suonare il campanello e finalmente arriva, stiracchiandosi, un giovane ragazzo, con i segni del cuscino sulla faccia. Ci saluta in maniera molto informale e si prende in braccio la bambina (sua figlia? sua sorella? - le ipotesi si fanno tante nelle nostre menti, fino a quando non ci spiegherà che quella bambina è in realtà il figlio di una sua amica che era via per un po’ di tempo). Ad ogni modo, finalmente il ragazzo ci rivolge attenzione. <<Una stanza? Per quante notti? Siete solo voi due?>> Firmiamo le carte, paghiamo, un po’ contrariati per il prezzo e recuperiamo le chiavi che apriranno il lucchetto (esatto, niente serratura) della nostra stanza. 
Avviciniamo l’auto alla porta per scaricare meglio i bagagli e apriamo la camera. Un odore forte s’infila immediatamente nelle nostre narici. Siamo di nuovo in presenza dell’ennesima moquette che vuole dire la sua. Ci guardiamo attorno. Accendiamo la luce che si rivela essere una lampadina pendente dal soffitto e subito si rivela attorno a noi uno spazio che pare arredato da un cieco. Un tavolino sopra un frigo, una televisione degli anni 90 appoggiata su di una cassettiera, un’armadio nell’angolo nonostante non fosse un’armadio ad angolo e un letto coperto da un plaid indiscutibilmente lercio. Il bagno è il più piccolo trovato fino ad ora. Non si riesce ad aprire la porta se c’è qualcuno dentro. 
Mi pento istantaneamente della mia scelta. Mai fidarsi delle apparenze, soprattutto se si tratta di motel americani. 
Rammaricati ci apprestiamo a scaricare i bagagli sotto lo sguardo cupo e indagatore di un gruppo di ragazzi che sembrano usciti da I Guerrieri della Notte. Stanno sotto al portico della casa di fianco, alcuni appoggiati ad una vecchia auto arrugginita e paiono registrare con gli occhi ogni nostro singolo movimento. A me viene un po’ d’ansia e quasi non voglio uscire a cena. Va detto che io e Walter viaggiamo leggeri per quanto riguarda il bagaglio, ma molto pesanti a livello di attrezzatura fotografica. Sapere di essere stati visti mentre depositavamo in una camera senza serratura tutto il materiale che ci serve anche per lavorare mi è bastato per farmi venire numerosi dubbi sull’affidabilità e del posto, e di quei ragazzi. 
Vince la fame, ci facciamo indicare dal ragazzino della reception un ristorante da quelle parti che sia ancora aperto. Ci dice che dobbiamo correre perché ce n’è uno a pochi metri da lì, ma che sta per chiudere le cucine. Corriamo. 
Entriamo in un bowling/ristorante completamente addobbato per Halloween, dove troviamo musica dal vivo e tavoli di persone che stanno finendo di mangiare. Siamo davvero davvero lontani dall’esperienza intima e tranquilla cui auspicavamo dopo una giornata tanto piena di chilometri. Mangiamo velocemente e beviamo birra. Alla fine siamo talmente stanchi che non riusciamo nemmeno a terminare il nostro cibo e ritorniamo al motel. 
In camera c’è ancora tutto. Tiro un sospiro di sollievo e mi accingo a mettermi sotto le coperte. In un minuto sto dormendo, secca. 
Un minuto dopo sta già suonando la sveglia del buongiorno. 
Ci prepariamo a lasciare la stanza e ci dirigiamo alla reception che è anche sala colazione, ma la colazione è rappresentata da una tazza di caffè (americano, ovvio), un bicchiere di succo annacquato e uno yogurt fosforescente. Pazienza, mangeremo qualcos’altro per strada. 
Ed è a pochi metri dal motel che troviamo un fornaio invitantissimo, dove appena entrati, veniamo investiti da un profumo irresistibile di pane e brioches appena sfornate. La “Erick Schat’s Bakery”, strapiena di bontà e cara come il sangue, ci salva la colazione e noi siamo felicissimi e finalmente pronti per guidare verso il Mono Lake. 

Il paesaggio attorno a noi abbandona ora il suo aspetto desertico. Tutto si fa prato e foresta, alla nostra destra si staglia la Sierra Nevada e le miglia scorrono una dopo l’altra sotto le ruote della nostra Jeep. 

Raggiungiamo il centro visitatori vicino alla cittadina di Lee Vinig, giusto il tempo di comprare un paio di libri, donare un piccolo contributo per il mantenimento delle foreste lì attorno, e capire che da lì non si può accedere alle sponde del lago. 
Torniamo indietro per arrivare alla South Tufa Area dove parcheggiamo e, dopo aver pagato una entry fee di 3$, percorriamo una passerella fino alla spiaggetta fatta nientemeno che di… larve. Sì, perché Mono, nella vecchia lingua dei nativi, significa mosca e proprio le mosche erano il loro principale mezzo di sostentamento, ma no! Non fatevi impressionare da ciò. Mono Lake è un bellissimo bacino di acqua salata e fortemente alcalina che ha al suo  interno, ma anche tutto intorno delle conformazioni calcaree di tufo che paiono quasi castelli. Ciò che presenta è un paesaggio lunare, surreale abbastanza da finire sulla copertina di Wish You Where Here dei Pink Floyd. E le sue mosche non sono minimamente fastidiose, anzi, è quasi divertente camminarci attorno e vedere come si alzino in nugoli vaporosi per poi ritornare un tutt’uno con il terreno. 

Io e Walter siamo gli unici visitatori lì a Mono Lake ed è bello, rilassante, pacifico e straniante. Ci accoccoliamo sulla sponda e stiamo lì per un po’, ad osservare la fauna del luogo e immaginarci chissà quale storia ambientata in mezzo a quelle conformazioni quasi stalagmitiche, poggiate sulle azzurre acque del lago. 
La palette di colori è più fredda rispetto al nostro vissuto nel Big West, si parla di sfumature di blu, viola e grigio, e anche ciò contribuisce ad alimentare il nostro immaginario e aprire le porte alla fantasia. 

Mono Lake è una pausa breve che merita di essere fatta. È una cartolina da un altro pianeta, è un luogo che riesce a sospendere la realtà terrena e a trasformarla, rendendola surreale e mistica anche quando lo si scorge più da lontano, dalla strada in direzione di Bodie, quando si è già diretti verso una nuova avventura, ma non si riesce a staccarvi lo sguardo. 

Ma questa sarà un’altra storia…

Le 5 mete del cuore visitate nel 2017.

Tra un antipasto e un primo, tra una fetta di stinco e una porzione di panettone con la crema, tra faticosi stenti per arrivare integri a bere il caffè ecco che vi auguriamo di trascorrere un felice Natale raccontandovi di come queste 5 destinazioni hanno reso migliore il nostro 2017. Oltre ad essere Natale è oggi anche l’ultimo lunedì dell’anno e in tempo di bilanci stilare una lista è quasi d’obbligo, per cui eccovi la nostra classifica. 

5) Dubrovnik di notte. 
Arrivare a Dubrovnik è stata quasi un’impresa. Avremmo dovuto raggiungerla nel pomeriggio invece una coda infinita alla dogana Bosniaco-Croata ci ha costretti a rallentare la nostra corsa e ad attendere parecchie ore chiusi in auto. Anche la ricerca di un b&b che in tarda serata non fosse al completo o chiuso si è rivelata ardua. 
Trovato finalmente da dormire e cenato in uno dei pochi ristoranti che non avesse ancora chiuso la cucina, al posto di andare a riposarci abbiamo deciso di fare il nostro primo ingresso nelle mura della città. 
Dubrovnik ci ha accolti con un silenzio assordante, illuminata dalla luna e dai lampioni. Non un’anima a vagare per la città. Una vera e propria cittadella medievale tutta per noi, per il nostro immaginario fantasy e romantico. Un’atmosfera lontana anni luce dalla Dubrovnik diurna, che di incredibile non ha quasi nulla e dove bisogna fare a spallate con orde di turisti provenienti da ogni dove. 
Di notte Dubrovnik si addormenta, ma con il buio il suo antico spirito si rivela e riserva scorci magici ai pochi viandanti che hanno voglia di scoprirla sotto una luce più placida e misteriosa.

4) Sarajevo. 
Dopo Mostar, Sarajevo ha rappresentato per noi uno dei più toccanti contatti con la realtà e l’eredità di una guerra civile. Una guerra recente, della quale non si possono ignorare le evidenti ferite. Sono tanti i moncherini dei palazzi, i segni di granate e pallottole nei muri, i richiami per le strade e nei volti della gente, ma è altrettanto forte la realtà multiculturale della città. Il passaggio dalla città nuova alla città vecchia, turca, è segnato da una scritta incisa sul pavimento della via principale - Sarajevo meeting of cultures - e divide il vecchio quartiere da quello nuovo in maniera netta. Sarajevo è una città di contrasti mai realmente sopiti, di storia, di sofferenza, ma anche di speranza. È una città che ce l’ha fatta, che è riuscita a sopravvivere all’assedio fratricida e che si è ricostruita da zero, senza però dimenticare il suo vissuto, anzi, enfatizzandolo come monito per le future generazioni. Caratteristica di Sarajevo e del suo recente dramma sono le “rose”. Si tratta dei segni lasciati dai colpi di mortaio sulle strade del centro, che, opportunamente dipinti di rosso, ricordano la forma del fiore, perché là dove un tempo ci sono stati sangue e morte oggi c’è vita. 

3) Meteora. 
Meteora è una città famosa nel mondo per le dimensioni dei suoi monoliti, sui quali nel XIV secolo vennero costruiti monasteri inaccessibili per difendersi dai turchi. 
È una valle verde dove spuntano dalla terra colossali dita di roccia, sulla punta delle quali i monasteri paiono essere estensioni quasi naturali. 
Il nome meteora significa “in mezzo all’aria” ed è proprio così che ci si sente quando si raggiunge una vetta e si butta lo sguardo sulla valle. Sospesi tra la terra e il cielo, con una mano che sfiora le nuvole e i polmoni che si riempiono di aria frizzantina, Meteora è stata una scoperta totale. Osservare il tramonto seduti su quei giganteschi massi è stato un momento che conserveremo tra gli indimenticabili della vita. 

2) Lobo Point. 
Al secondo posto mettiamo quello che per noi è stato un paradiso terrestre. Lobo Point si trova non lontano dal confine con il Kenya ed è un Serengeti che, nell’aspetto, è molto lontano dalla savana arida e brulla che tutti abbiamo nel nostro immaginario. Lobo Point è un tratto di parco molto verde, roccioso, in cui convivono molte specie di animali differenti. La gazzella bruca con la zebra, poco lontano da loro c’è un gruppo di iene che si rotola nel fango e, se aguzzi bene la vista, scopri anche la giraffa. A Lobo Point c’è la roccia dei babbuini e proprio al di sopra di essa vola l’avvoltoio, curioso e desideroso di trovare qualche carcassa fresca, ma anche non così fresca. 
Io e Walter abbiamo iniziato l’anno campeggiando qui, addormentandoci sotto un tetto di stelle, con il profumo della natura nelle narici, condividendo lo spazio con i veri padroni di quella terra e sentendoci parte del ciclo vitale che stavamo scoprendo in quei giorni. 

1) Salar de Uyuni, ma di notte e con l’acqua. 
Tra le nostre fortune forse questa è quella che vantiamo più. 
Quando siamo partiti per il Sud America sapevamo di non poter trovare il Salar de Uyuni - la più grande distesa di sale al mondo - nel pieno della sua bellezza, ovvero con l’acqua che fa da specchio riflettente, confondendo cielo e terra. Invece no, per merito (o colpa) de El Niño, abbiamo avuto il privilegio di poter assistere a uno dei più begli spettacoli del mondo. 
Abbiamo visto la notte calare sul Salar, abbiamo visto spuntare le stelle sotto ai nostri piedi e abbiamo camminato nel cielo, come fossimo astronauti nello spazio. Tra le vertigini date dall’emozione e quelle causate dall’effetto straniante di una terra a specchio di cui non si riesce più a percepire la vera profondità, abbiamo mosso i primi passi incerti ma eccitanti in un posto che è difficilissimo da descrivere e che è sicuramente da mettere in cima ad una lista di luoghi da non perdersi per nessuna ragione al mondo.

Eccoci così giunti alla prima posizione della nostra classifica. Quali sono i posti più incredibili che avete visto quest’anno? Ce lo scrivete in un commento qui sotto? Siamo curiosi di sentire la vostra! 

Di quando non siamo morti nella Death Valley.

Partiti di buona mattina in direzione deserto del Mojave, giungiamo alla Death Valley dopo una sosta in quello che pensavo potesse esistere solo nei sogni: un market che vende esclusivamente medicinali. Il paradiso dell’ipocondriaco. La El Dorado del malato immaginario. Non potete immaginare la mia gioia nel vagare fra quelle corsie, nemmeno da Primark durante i saldi! E pensare che mi trovavo lì essenzialmente per prendere degli integratori ai frutti rossi contro la cistite, perché sì, è inutile fare quelli che: “figata! Siamo in viaggio e stiamo bene! Facciamo foto super-WOW e nulla ci va mai storto!”. NO! Noi siamo gente normale e, come tutte le persone comuni abbiamo una Legge di Murphy a cui sottostare e quindi sì, io avevo la cistite e mi servivano degli integratori ai frutti rossi (tra l’altro i migliori che io abbia mai trovato!). Che poi io sia uscita di lì carica di flaconcini di ibuprofene (San Dionigi, patrono del mal di testa, abbi pietà di me!), di protezioni solari e vitamine varie, beh, questo è un altro discorso… 

Comunque, arriviamo nella Death Valley aspettandoci di trovare il solito punto di entrata dotato di ranger-casellante e invece no. Sotto una tettoia degna della fermata dell’autobus di Lambrate ci attende, muta ed elettronica, una macchinetta spara-biglietti di ingresso. Sta al turista scegliere se essere onesto o meno, se affidarsi alla buona sorte e sperare che non ci siano posti di controllo all’interno del parco, oppure rispettare la fiducia che questa nazione gli sta serbando e fare le cose correttamente. Che poi, diciamocelo, dieci dollari non mandano in rovina nessuno. 

Proseguiamo sulla nostra strada attraverso quel deserto già caldissimo. Saliamo a Dante’s View, parcheggiamo e camminiamo un po’ tra i sentierini di quel picco, ammirando da tutte le sue angolazioni la brulla distesa che si estende sotto di noi. Lasciamo vagare lo sguardo lungo quell’immensità arida, senza vita e decisamente afosa. Risaliamo in macchina convinti di percorrere la Artist Palette (un percorso chiamato così per la varietà dei suoi colori) per arrivare a Badwater Baisin, il punto più basso del Nord America (-84m al di sotto del livello del mare), ma a causa delle piogge verificatisi nei giorni precedenti troviamo la strada chiusa al traffico, inaccessibile a causa di allagamenti, il che fa ridere in un deserto! Non ci possiamo credere: siamo di nuovo di fronte ad un’altra “prossima volta”. 
Un po’ sconsolati - eravamo molto curiosi di guidare attraverso quel percorso ricco di sfumature naturali - giriamo la nostra auto in direzione Zabriskie Point. 

Passiamo davanti al Golden Canyon e vi lascio solo immaginare perché si chiama così. La sosta è d’obbligo e una volta fuori dalla macchina, ci pare di camminare su di una gigantesca pepita.

La Death Valley è talmente sterminata che pare non ci siano turisti. Ci accorgiamo di non essere da soli una volta parcheggiata l’auto sotto Zabriskie Point. 
Facciamo fatica a fare tutto, anche quei pochi metri di salita. Il caldo è decisamente letale e le energie paiono consumarsi velocemente. Beviamo di continuo per evitare la disidratazione. 
Arrivati in cima la vista è meravigliosa. Così incredibile che lo sguardo non riesce a fermarsi su nulla. Io non posso fare a meno che saltare qua e là per l’emozione, Walter qui c’era già stato per cui la sua reazione non è equiparabile alla mia. Ci facciamo qualche autoscatto (ovviamente dimenticando il cavalletto in auto per cui arrangiandoci con accrocchi inventati sul momento)e poi ci rendiamo conto che l’ora di pranzo è passata da un po’ quindi decidiamo di raggiungere Furnace Creek dove, consapevoli di trovare un punto ristoro, ci nutriamo con ali di pollo piccante e costine di maiale in salsa barbecue. Mandiamo giù il tutto con della limonata fresca. Vi ho già parlato di come negli States basti ordinare da bere una sola volta per ottenere tutti i refill di cui si ha bisogno durante il pasto? Questa cosa la trovo meravigliosa. Quante volte ci capita di finire da bere prima ancora che arrivi il cibo? Negli Stati Uniti questo problema non sussiste, il vostro bicchiere verrà riempito fino a che non sarete costretti ad andare in bagno causa incontinenza!

Con la pancia piena e ristorati anche fisicamente dall’aria condizionata del locale, risaliamo in auto. Avremmo voluto spingerci verso nord, ma la strada si sarebbe fatta troppo lunga (le prossime volte, sempre per le prossime volte…) così decidiamo di raggiungere le Flat Sand Dunes e di appropinquarci così all’uscita est del Parco. 

Nel frattempo la temperatura sale notevolmente e, una volta arrivati alle dune di sabbia, ci sembra quasi un incubo uscire dall’auto. Siamo entrambi molto stanchi, sarà anche l’abbiocco postprandiale?, così mettiamo i piedi nella sabbia, senza spingerci troppo in là e ci rimettiamo per strada. Abbiamo davanti a noi ancora un sacco di miglia da percorrere. Facendo i calcoli ci fermermo ben oltre il tramonto. 

Stowpipe Wells è la nostra ultima sosta rifornimenti. Compriamo qui due nuove bottiglie d’acqua e Walter mi regala un bracciale di metallo intrecciato, che da allora viaggia con me. 
Il paese è piccolissimo un villaggetto in stile old wild west con qualche b&b, reso ancora più caratteristico da mezzi di locomozione alquanto datati. Una sosta piacevole, che ci fa rimettere in strada un po’ alleggeriti dal caldo della giornata. 

Maciniamo miglia, il paesaggio attorno a noi cambia dopo ogni curva. In un punto ci pare di essere sulla Luna, svoltato quel punto invece ci troviamo su Marte. E non ci stanchiamo mai di guardarci attorno, a bocca aperta. Sì, sicuramente dovremo tornare in questo posto così fuori dal mondo. 

Viaggiamo diretti a Bishop. Incrociamo un cartello che riporta le miglia mancanti a Trona e a Ridgecrest. 
Alla vista di quel segnale mi rendo conto che io quel posto lo conosco. In qualche modo qui ci sono già stata, grazie ad un libro. Un reportage fotografico di Tobias Zielony racconta le difficoltà degli abitanti di Trona e le loro dipendenze dalle droghe. Per un attimo quel mio viaggio avventuroso, divertente, sorprendente e inimmaginabile si sospende e lascia spazio ad un immaginario più cupo, fatto anche di tristi realtà, di luoghi materialmente e culturalmente così vuoti nei quali l’unico motivo di evasione vera è rappresentato da alcol e stupefacenti. Non credevo di trovarmi così vicino a quel posto, non in quei momenti di gaudio e scoperte, di allegria e spensieratezza. 
Fotografiamo il cartello, forse la fotografia è il nostro modo di esorcizzare le cose, come se imprimendole per sempre si riuscisse ad andare oltre. 

Riprendiamo la strada e alziamo il volume della radio. <<Questa volta non ci fermiamo più>> ci ricordiamo a vicenda <<abbiamo ancora parecchia strada da fare>>. 
Questa volta invece ci fermiamo più del solito, in uno spiazzo in cima ad una salita, per dare un ultimo saluto a quella valle che più che di morte è una valle di meraviglie. Ci godiamo lì il tramonto, accompagniamo il sole fino a quando non scompare sotto all’orizzonte. Il tutto in mezzo ad una simpatica banda di easy riders. Saranno stati una cinquantina abbondante, con i loro chopper dai modelli più strani, i chiodi di pelle e gli stivalacci neri e bandane in testa. Chi con i capelli lunghi, chi tatuato in ogni dove, chi con una salopette da redneck e chi con la cicca che penzolava dalla bocca. Sentendosi osservati da noi ci regalano un vero e proprio spettacolo, molti ammiccano, poi ci salutano, loro da una parte e noi dall’altra, verso Bishop, senza più soste, senza più il sole caldo ad accompagnarci. 
È calata la sera sulla California dell’ovest e noi siamo ancora on the road, padroni di una strada che ormai ci è amica e compagna e che vorremmo non finisse mai. 

I 5 tragitti più scomodi che abbiamo affrontato.

Viaggiare non è sempre sinonimo di comodità e di relax, specie se si amano i viaggi all’avventura, specie se si desiderano vedere posti non troppo coperti dalle rotte comuni, specie se, come noi, non si organizza mai nulla da casa. 

Nel post di oggi vogliamo raccontarvi 5 delle nostre esperienze più memorabili. 

1) Due giorni di auto da Leh a Padum e viceversa.
Avete presente la centrifuga della lavatrice? per raggiungere Padum, una città nella valle dello Zanskar, chiusa ai trasporti via terra per sei mesi all’anno, abbiamo dovuto affrontare un tragitto che definire sterrato non basta. Due giorni chiusi in auto, sperduti fra i ghiacciai dell’Himalaya, a saltellare su un terreno che di amichevole aveva ben poco. 
Il secondo giorno abbiamo incontrato anche l’asfalto, giusto il tempo per illuderci che sarebbe durato fino alla fine del viaggio, invece è durato due minuti.

2) Affrontare in auto le strade del Kosovo.
Una volta arrivati in Kosovo, durante la nostra gita nei Balcani Occidentali, ci siamo resi subito conto di essere in un paese abbastanza trascurato. 
I buchi nell’asfalto e le strade sottoposte a lavori sono la norma e pare essere molto comune anche non indicare quali siano le strade chiuse a causa di frana, come è successo a noi che, dopo due ore di viaggio verso la frontiera Montenegrina, ci siamo ritrovati a percorrere un tragitto senza via d’uscita e siamo stati costretti a tornare indietro attraverso lo stesso percorso che, tra le altre cose, non disponeva nemmeno di illuminazione e di guardrail.
Tornati a Pejë, a quanto pare, eravamo gli unici della zona a non sapere di questa interruzione. 

3) Il viaggio in pullman da Tacna ad Arequipa.
Tacna è la prima tappa terrestre peruviana se si arriva dal Cile. Già i modi per raggiungerla non sono del tutto comuni. Non ci sono autobus ad effettuare il servizio come per tutte le altre frontiere, ma solo vetture private che possono ospitare 6 passeggeri, muniti di un solo bagaglio a testa.
Una volta passate le dogane in un processo di minuziosi controlli talmente lunghi da far perdere ogni speranza, per muoversi in qualsiasi direzione peruviana è una vera e propria “corsa al passeggero”. Agenti di ogni compagnia di autotrasporti fanno a gara per venderti il posto migliore al prezzo migliore, ma di “migliore” non c’è proprio nulla, a partire dai luoghi ristorazione presenti alla stazione principale. 
Preparatevi ad autobus con vetri rotti, sedili sgualciti e sporchi, con tanto di personale scorbutico. tenetevi pronti a subire il famoso “Metodo Ludwig”, costretti a guardare la TV per tutta la durata del tragitto o ad ascoltare la radio a volumi fastidiosi. E sappiate che se mai vi venisse voglia di usufruire del bagno la carta igienica <<no està incluida>> nel servizio (questo è quello che mi sono sentita rispondere). 
Cruz del Sur, una delle migliori linee di autobus a lunga-tratta sudamericane, sarà un lontano ricordo, così come i tappi per le orecchie.

 

4) Il volo di rientro in Italia con Air India.
Quando siamo atterrati a Milano eravamo due blocchetti di ghiaccio. Gli indiani adorano l’aria condizionata e non c’è verso a fargliela abbassare, nemmeno quando è palese che ogni passeggero dell’aereo ha un problema con il freddo. Fortunatamente io e Walter ne venivamo dall’Himalaya ed eravamo equipaggiati con un sacco di coperte di caldissima lana di yak. 
Inoltre, trascurando il problema climatico, l’equipaggio ha deciso di sballare ancora di più il nostro Jet-Lag costringendoci al buio più totale, nonostante fossimo partiti nel primissimo pomeriggio, per tutta la durata del volo, e oscurando i finestrini nonostante le richieste contrarie di alcuni dei passeggeri. Il motivo riportato? <<I finestrini non oscurati disturbano il pilota.>> Una risposta talmente assurda, alla quale non puoi fare altro che arrenderti.

5) Girare il Gobi con una Toyota Prius.
Quando si parte “all’avventura”, senza prenotare nulla, tutto è possibile. 
Arrivati all’aeroporto di Dalanzadgad io e Walter ci siamo trovati soli, nel deserto del Gobi, senza un mezzo e senza nemmeno un taxi fermo nel parcheggio. Eravamo noi, i nostri zaini e la polvere tirata su dall’afa del posto.
Recuperato un passaggio da un imprenditore indonesiano (grazie per il tuo ritardo, sconosciuto autista!) ci siamo ritrovati nella piazza della baraccopoli a contrattare per un autista automunito che ci portasse alla scoperta di quell’area. 
Ganaa e la sua Toyota Prius sono stati i nostri supereroi per una settimana e sì, benché con molte ore in più rispetto alle super jeep degli altri avventori, ce l’abbiamo fatta ed è stata un’esperienza indimenticabile, in tutti i sensi. 

Queste sono state le nostre esperienze. Vi ritrovate in qualcuna? 
Quali sono le vostre? Aspettiamo i vostri commenti!

Fermati! E respira…

Fermi in un piccolo market a procurarci dell’acqua prima di affrontare il deserto e inforcati i miei due paia di occhiali, io e Walter continuiamo il nostro tour attorno all’America dell’Ovest. 

In pochi minuti siamo finalmente fermi alla sbarra della Valley of Fire dove ci vengono chiesti 5$ (davvero una miseria) per l’ingresso, con l’avvertimento di non effettuare riprese video o fotografiche con il drone (che purtroppo ancora non abbiamo). 

L’entrata nella valle è spettacolare. Per l’ennesima volta la sensazione è quella di trovarsi su un altro pianeta. Attorno alla striscia d’asfalto che percorriamo si dispiega un paesaggio roccioso surreale che non fatica ad incantarci. 

Parcheggiamo nell’area apposita da cui parte il White Domes Trail e, dopo esserci tuffati nel tubetto della protezione solare ed aver indossato i nostri rispettivi berretti (Walter ne ha uno nuovo di pacca targato Hooters), ci incamminiamo attraverso quello che, in un primo momento, è un sentiero sabbioso e piuttosto stancante. 
Fortunatamente dopo una manciata di minuti la sabbia diminuisce e camminare diventa un poco più facile mentre il percorso si restringe fino all’attraversamento di una gola decisamente claustrofobica, ma meravigliosa nella sua strettoia in cui solo pochi e privilegiati raggi di sole riescono a passare. Attraverso questa specie di corridoio naturale entriamo in una seconda vallata, nascosta, in cui tutto è di un colore più chiaro, più rosato.
La Valley of Fire è davvero un posto incredibile, uno di quei posti che non ti aspetti eppure stanno lì, per lo più ignorati, a sprigionare la loro bellezza solo per i pochi fortunati che ne scoprono l’esistenza. Io e Walter siamo sempre più riconoscenti nei confronti di quel simpatico signore che, quando eravamo allo Zion, ci ha parlato di questo luogo. 

Camminiamo tra monoliti di tutte le forme, ci divertiamo a scovare forme nelle silhouette delle rocce e poi ci sediamo all’ombra per riprenderci da tutto quel caldo in cui ancora non ci eravamo imbattuti. Stiamo in silenzio e contempliamo il luogo, la sua pace, i suoi suoni e le sue energie. Ci viene quasi difficile riprendere l’ultima parte di cammino, quella che chiuderà l’anello di questo primo trekking.  

Il tratto finale si percorre calpestando e poi costeggiando una roccia modellata e bucata dal vento. Ancora una volta ci troviamo di fronte alla forza di Madre Natura. 

Carichi di energia e soddisfatti da questa prima parte di parco risaliamo in auto e ci dirigiamo verso il motivo per cui ci siamo spinti fino a qui: il Fire Wave Trail. 
Anche questo non è un trekking troppo difficile, ma il sentiero non è fluido come quello del White Domes. In un quarto d’ora circa arriviamo al punto, alla tanto agognata “onda” ed è vero, non è “The Wave”, ma non ha nulla da invidiarle. È più piccolina, se di piccole dimensioni si possa davvero parlare di fronte a queste conformazioni maestose. Abbiamo di fronte a noi una “morbida” fusione di strati di arenaria di diversi colori dove il bianco si mescola con il rosa che a sua volta si miscela con il rosso e l’arancione. Tutto termina in una punta, come se fosse un ricciolo di panna su un cup-cake. 
A rendere l’esperienza ancora più magica è il fatto di il non trovarci in mezzo ad un mare persone (ve la ricordate la nostra esperienza all’Horseshoe Bend?). Ci siamo seduti sull’Onda di Fuoco e abbiamo aspettato lì il tramonto, perché un viaggio è fatto anche di soste che fanno assaporare al meglio l’esperienza che si sta vivendo. Io e Walter ci fermiamo. Lì. Il volto verso al sole cadente, gli occhi fissi su quel panorama spettacolare, immobili, fino all’ultimo raggio, fino a che tutto quanto non si colora, infine, di rosa. 

Torniamo indietro per il sentiero facendoci luce con le torce dei telefoni. 
Ripresa la strada ci guardiamo e pensiamo che forse sarebbe meglio tornare a Las Vegas per trascorrere la notte. 

La città si fa di nuovo largo nel deserto del Mojave. Esattamente come la sera prima è una libidine per gli occhi. Anche ora che siamo già preparati a quell’impatto non possiamo che esserne eccitati. È la ciliegina sulla torta a quella giornata di scoperte inaspettate. In viaggio attraverso questi spazi sconfinati e sorprendenti ci siamo riempiti gli occhi di meraviglia. Il nostro è una sorta di pellegrinaggio tra una vasta natura ancora incontaminata e le megalopoli che si vedono principalmente nei film. Un itinerario che conduce la mente a ridimensionare tutto quanto, a partire dal sé, dallo spazio che si occupa, non solo fisicamente, ma anche temporalmente. Strane sensazioni si susseguono una dietro l’altra in un vorticare di pensieri, ma la pace e la gratitudine sono decisamente il nucleo da cui scaturisce tutto questo. 

Troppo stanchi per fare qualsiasi altra cosa optiamo per un hotel che scegliamo durante la cena (san Wi-Fi!) a base di sushi: E’ ai confini della Strip, in modo da essere immediatamente sulla strada il giorno seguente. La Death Valley ci sta aspettando, ma questa sarà un’altra storia…

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Le 5 cose più strane a cui abbiamo assistito nei nostri viaggi.

Capita spesso, viaggiando, di confrontarsi con culture estremamente differenti dalla nostra. Capita ancora più spesso di stupirsi di fronte ad usi e costumi che non ci appartengono. 

La nostra lista di oggi vede come protagonisti proprio gli episodi più strani a cui abbiamo assistito nelle nostre peregrinazioni in giro per il mondo. Siete pronti?

1) In Mongolia la marmotta è un piatto prelibato. 
Sì, avete sentito bene. Nelle regioni del nord-ovest i mongoli cacciano le marmotte e poi le cucinano in un modo ancora più assurdo. Una volta decapitato e sventrato, l’animale viene riempito di sassi roventi che lo cuociono dall’interno gonfiandolo come un palloncino. Solo in seguito a questa azione la pelliccia viene strinata con un cannello. 
Ad operazioni concluse si sfilano le pietre e… Buon appetito!

2) In India è facile imbattersi in disegni di svastiche. 
Graffitati sui muri, incisi nel legno, tatuati… Questi simboli che per noi hanno un rimando cupo, legato alla seconda Guerra Mondiale, per le popolazioni di origine sanscrita sono ancora oggi un simbolo di buon augurio, carico di diverse accezioni positive, tra cui anche quella di “Benvenuto!”.  

3) A Pechino i bambini in età da pannolino sono dotati di speciali pantaloni con apertura “tattica”, ovvero non sono cuciti sotto il cavallo. 
Basta che si accovaccino e i loro pantaloni si aprono magicamente esponendo al mondo la gioielleria dei bambini, che a quel punto sono pronti per l’evacuazione in qualsiasi posto  si trovino. E per qualsiasi intendo esattamente qualsiasi! 

4) A San Francisco girano per la città tram provenienti da tutti i paesi del mondo. 
Immaginate il nostro stupore quando a Castro, fra le strisce pedonali multicolori caratterizzanti il quartiere, ci siamo visti sfilare davanti un vecchio modello dell’ATM! 

5) In Bolivia la polizia stradale veste trecce e bombetta. 
Abbandonate l’idea di imbattervi in un classico ausiliare del traffico. A regolamentare il flusso stradale delle principali città boliviane sono le più folcloristiche donne dall’aspetto rubicondo, con gonnellone colorato, trecce e bombetta che figurano su tutte le guidine del paese. A contraddistinguerle ci sarebbe anche una pettorina nera e un fischietto, ma passano decisamente in secondo piano! 

Questo per oggi è tutto. Voi che esperienze strane avete vissuto? Scrivete un commento qui sotto. 

La città del peccato.

Arriviamo per la notte in un albergo elegante della vecchia Las Vegas, siamo entrambi molto stanchi, ma è tutto talmente bello, luminoso e colorato che, dopo una doccia ristoratrice, decidiamo di buttarci nel caos della notte a cercare un posto dove mangiare qualcosa. 
Ci troviamo a passare di fronte all’Hotel New Orleans, bellissimo con il suo porticato in stile coloniale francese, e poi arriviamo nella parte vecchia di Las Vegas. Non che sia poi così vecchia, dato che la città è stata fondata solo nel 1905. Ad ogni modo, siamo nella zona di Fremont Street, immersi nella confusione della città del peccato. 

Fremont Street (conosciuta anche come Fremont Street Experience) è, di fatto, una lunga galleria pedonale nella quale si dispiegano una serie infinita di locali. Basta alzare lo sguardo e si possono vedere persone che vengono letteralmente lanciate da un capo all’altro della della via grazie ad una lunga zip-line. Tutto questo polo energetico è condito da una sterminata serie di luminarie intermittenti e da concerti ad ogni angolo della strada. Una vera e propria allucinazione festaiola destinata a finire alle prime luci dell’alba. 
Io e Walter non facciamo altro che guardarci attorno con la bocca aperta. Certo, mi immaginavo che l’essenza di Las Vegas racchiudesse un eccesso dietro l’altro, influenzata anche dal comune immaginario che ne alimenta la fama, ma mai e poi mai mi sarei potuta figurare tutto ciò che stavo assaporando in quel momento. Las Vegas è oltre, Las Vegas non puoi immaginarla, soltanto viverla, godertela una volta che ci sei in mezzo. 
Ci perdiamo a tal punto, inglobati da quel delirio, che dimentichiamo la cena e quando finalmente si fanno sentire i morsi della fame fatichiamo a trovare un locale che abbia ancora le cucine aperte (lì in quella zona, per lo meno). Per tutti è l’ora infinita dei drink. Cocktail a profusione per chiunque: bariste in bikini e tacchi vertiginosi che riempiono calici fuori dai locali mentre altre ballano sui banconi, festaioli che tirano su in alto i bicchieri, brindisi a vittorie, ad addii al nubilato o al celibato, ma anche bottiglie di whisky portate alla bocca dal barbone sdentato e ciondolante o da quello a lato strada accasciato su se stesso, perché Las Vegas è anche una città di forti contrasti. Ognuno sembra pensare solo a bere, bere e bere. No more food for us.  
Ci accontentiamo di un fast food di bassa qualità specializzato in pollo. E pollo sia, sempre meglio che nulla. Consumiamo il nostro pasto senza pretese in un locale illuminato da neon tristi, con i tavolini unti. Fortunatamente non ci mettiamo molto tempo. 

Usciti dal locale ci ributtiamo in quel marasma che, se a Fremont si è un pochino attenuato, è ancora vivo sulla Strip, la strada più famosa di Las Vegas, situata qualche km a ovest del nostro hotel. Giusto il tempo di trovare dei dadi da gioco personalizzati per Walter e ci rendiamo conto di non avere più energie per continuare a vivere la notte. Gli occhi ormai si chiudono da soli e decidiamo quindi di tornare in hotel, abbiamo bisogno di rimetterci in forze. 

Ancora non ci sembra vero di poter riposare in un hotel così comodo, dopo un sacco di notti passate tra un motel e l’altro, a cercare di non camminare a piedi nudi su moquette marce e farci la doccia in spazi angusti. Quale modo migliore per concludere la giornata del compleanno di Walter?
Las Vegas è il lusso alla portata di tutti e proprio qui, per assurdo, troviamo l’hotel più lussuoso della vacanza ad un prezzo davvero stracciato. Questo perché gli albergatori sono disposti anche ad offrire gratis le camere pur di avere un potenziale giocatore in più nei loro casino. Purtroppo per loro con me e Walter non hanno fatto affari d’oro perché ignoriamo completamente la zona del gioco. Non usiamo nemmeno le fiches che ci hanno dato in omaggio con la stanza! 

Il mattino dopo ci svegliamo relativamente tardi e decidiamo di abbandonare l’hotel per farci un giro mattutino, non sapendo ancora se saremmo ritornati la sera. 
Las Vegas durante il giorno è quasi una città fantasma. Il suo miliardo di luci è scomparso per lasciar posto ad un sole duro e accecante, poche auto lungo le strade e poche persone a frequentare i locali. Pare che tutti riposino per prepararsi a vivere una nuova notte brava.
 
Dopo un ultimo giro (in auto) sulla Strip, in un susseguirsi di hotel strampalati il cui comun denominatore è l’eccesso; lasciati alle spalle il Luxor, i grattacieli del New York e le fontane del Bellagio; dopo aver scattato l’iconica fotografia di fronte alla più famosa insegna romboidale del mondo; dopo aver assistito ad un servizio fotografico del classico matrimonio lampo celebrato da chissà quale Elvis e dopo la visita al Pawn Shop per eccellenza, optiamo per un brunch che decidiamo di consumare da Hooters, un locale decisamente maschilista in cui vieni servito da ragazze in top molto aderenti e pantaloncini inguinali di cui Walter ovviamente serba un buonissimo ricordo dalla sua prima volta negli States, quasi 20 anni fa! 
Io decido di smarrire proprio qui dentro i miei occhiali da sole (graduati) passando la successiva mezz’ora nella disperazione più totale perché siamo appena a metà del nostro viaggio e abbiamo ancora davanti a noi chilometri e chilometri di deserto assolato. 
La soluzione che adotto, non senza riluttanza, è quella di comprare un nuovo paio di occhiali da sole talmente grandi da poterli porre sopra quelli da vista. Da qui in avanti (fino allo Yosemite, dove troverò la soluzione) per Walter io divento “la ragazza stramba”.

Il nostro amico chimico, incontrato allo Zion proprio ieri pomeriggio, ci ha raccontato che non lontano da Las Vegas si trova un luogo chiamato Valley of Fire, un parco statale sconosciuto ai più (la nostra fedelissima Routard nemmeno ne fa cenno) che, tra i suoi vari percorsi, ne comprende uno che si conclude in una conformazione rocciosa che non ha nulla da invidiare a “The Wave”. E noi siamo diretti lì.

Ma questa sarà un’altra storia…

Perù: le 5 cose da fare assolutamente se state programmando di andare lì.

A controbilanciare il post di lunedì ecco che vi proponiamo una controlista. Le cinque cose da fare assolutamente se state programmando un viaggio in Perù. Ovviamente non staremo a proporvi le cose principali. A Macchu Pichu o alla Montagna 7 Colores (per fare due esempi) ci andrete comunque, quindi questa vuole essere una lista di cose più o meno alternative da fare. 

1) Assaggiate tutto quanto!
Anche la cosa che vi apparirà come la più immangiabile sarà squisita. Parola di una che ha assaggiato il “cuy”, il porcellino d’India (che Walter preferisce definire “topo”). Vi verrà servito praticamente intero e vi sembrerà davvero di avere un ratto arrosto nel piatto, ma vi assicuro che ne vale davvero la pena. 
Tra le bevande imperdibili il Pisco che, nella sua declinazione di cocktail Pisco Sour è molto gradevole, magari non fate come la sottoscritta che, inconsapevole di cosa fosse, lo ha ordinato per pasteggiare e si è ritrovata ubriaca a metà del pranzo!

 

2) Assistete ad una festa di paese. 
Le feste in Perù sono a dir poco contagiose. Le città si bloccano e si riempiono di cortei colorati pronti a coinvolgere il pubblico rendendolo parte integrante del loro show, si respira un’aria frizzante e piena di energia; ci si ritrova inebetiti e frastornati a guardare sorridenti tutto quel marasma sperando che non finisca mai, o che finisca presto. 

3) Visitate Huacachina che no, non è una vera e propria oasi. 
Sicuramente il colpo d’occhio su Huacachina è magico. A pochi chilometri da Ica infatti, circondata da enormi dune di sabbia, si trova un’oasi fatta e finita. Non aspettatevi però di trovare una situazione di calma o di pace. A circondare la pozza d’acqua di Huacachina infatti sorgono localini esotici pieni di giovani turisti, agenzie che vendono escursioni fra le dune o esperienzee di sand boarding, ma anche ostelli, hotel, noleggi barche. Alla fine l’esperienza di deserto è la meno desertica che ci sia, ma sedersi sulla sabbia ed ammirare il tramonto vedendo sotto i vostri occhi lo spettacolo delle luminarie che costeggiano l’oasi è impagabile.

4) Volate sulle linee di Nazca.
Può essere banale (chi non conosce le linee di Nazca?), ma il paesaggio che si vede dall’alto, oltre alle linee stesse è affascinante, anche per quegli scettici che non spenderebbero mai 90$ per un volo di mezz’ora “solo per osservare delle linee di cui non si sa ancora nulla”. Sappiate che quel volo vale davvero tutti quei soldi, dal primo all'ultimo centesimo. Al di là degli antichi e mastodontici disegni, ciò che vedrete dall’alto è un panorama brullo, arido e monocromo, ma pieno di sfumature e di rilievi, un panorama colmo di quel nulla che riempie tutti i deserti. E non ci si stancherebbe mai di vagare con lo sguardo su quella pianura secca, ricoperta di “vene” che il tempo e le rare piogge hanno lentamente e pazientemente scavato. Pare di sorvolare la terra in un tempo sospeso, dove solo la lingua d’asfalto nero della Panamericana ricorda che che i tempi sono moderni e che i dinosauri si sono estinti da un pezzo. 
Nota per i deboli di stomaco: l’aereo vortica in continuazione per permettere a entrambi i lati finestrino (ogni passeggero ha un proprio oblò) di osservare al meglio i disegni delle linee. Magari non mangiate e non bevete nulla nell’ora che precede il vostro volo. E ricordatevi che i cibi salati vi aiutano a tollerare meglio il mal d’aria.  

5) È vero, Lima non è il massimo, ma Barranco…
Lima, capitale del Perù, non è solita emozionare il turista. Il centro purtroppo non offre molto da vedere, tuttavia c’è un quartiere, Barranco, che a nostro avviso vale la pena di visitare. 
Barranco è un barrio in cui il tempo pare essersi fermato all’epoca coloniale. Qui le case sono basse e colorate, la Plaza de Armas è circondata da localini gourmet in stile ed il tutto è così pittoresco che la Lima di cui tutti parlano pare essere distante anni luce.
Inoltre, se siete appassionati di moda o di ritratti, non mancate di visitare il museo di Mario Testino, il MATE, immerso tra le ville del quartiere.

Questi sono i nostri suggerimenti se state programmando un viaggio attraverso il sud del Perù. Se ne avete altri commentate qui sotto e fateci sapere la vostra. 

Noi invece ci diamo l’appuntamento al prossimo lunedì, con una nuova top five.